Ugo da Fagiano

UGO DA FAGIANO

(o meglio da Pisa)

Arcivescovo di Nicosia di Cipro

Ugo da Fagiano

Figura 1 tratta dal sito www.nicosianostra.it

Ugo, figlio di Ugo del fu Vernaccio, è comunemente designato da Fagiano, deformazione dell’originario Fasciano, località poco a Sud Est di Pisa ora scomparsa, designazione assente dalla documentazione coeva, ma affermata nelle due Vite, una latina e l’altra volgare, redatte nel XVI secolo ad opera di canonici di Nicosia, i quali ne hanno fatto il figlio di un contadino, da bambino occupato a pascolare le pecore. Il fatto è inverosimile, poiché, se fosse appartenuto a famiglia indigente o modesta, ben difficilmente avrebbe potuto permettersi gli studi e soprattutto ottenere un canonicato nella cattedrale pisana. Sicuramente pisano, è meglio definirlo da Pisa.

Probabilmente nato alla fine del XII secolo, iniziò gli studi con il diritto canonico e civile a Bologna, ove Federico Visconti lo vide procacciarsi il necessario come repetitor, ossia come giovane insegnante incaricato di spiegare nuovamente agli studenti le lezioni dei magistri e a farli esercitare sulla materia trattata. Dal 3 ottobre 1226 al 26 febbraio 1237 fece parte della canonica della cattedrale pisana come diacono e in tale veste eresse nel duomo un altare dedicato a sant’Agostino. Egli aveva anche praticato l’avvocatura nella curia romana.

Dal 1233 si trasferì a Parigi per lo studio della teologia: durante il suo soggiorno parigino fu incaricato dal papa Gregorio IX d’importanti e delicati incarichi, attraverso i quali è possibile anche registrare le diverse qualifiche raggiunte: il 30 luglio 1235 è definito cantore e il 27 aprile 1236 il titolo di magister indica la conclusione dei suoi studi. Nel 1237 rinunciò al canonicato pisano per entrare nella canonica della cattedrale di Rouen, di cui divenne arcidiacono, e ove si trasferì dopo il 1240. In quegli anni strinse rapporti con il re di Francia Luigi IX, per il quale scrisse un testo giuridico de iure communitatis a noi non pervenuto.

Nel 1248 seguì il sovrano, partito da Aigues Mortes per la crociata il 25 agosto e giunto il 17 settembre a Cipro. Durante il lungo soggiorno cipriota, Ugo abbandonò l’impresa per entrare nel convento premonstratense di Episcopia (ora Bellapais), ove tuttavia rimase per breve tempo: il 9 aprile 1251 figura infatti come arcivescovo eletto di Nicosia; il 20 dicembre il papa Innocenzo IV gli inviò il pallio e lo autorizzò a indossarlo anche fuori della sua provincia ecclesiastica.

Nella diocesi il nuovo arcivescovo si trovò davanti ad una complessa situazione sia sul versante dei rapporti con l’autorità politica sia nelle relazioni con la Chiesa greca, maggioritaria nell’isola, sia relativamente alla disciplina interna di quella latina. A quest’ultimo aspetto Ugo rivolse particolare attenzione attraverso l’emanazione di norme di comportamento e la correzione di eccessi, celebrando diversi sinodi e effettuando una visita pastorale.

A partire dall’occupazione di Cipro, i rapporti con i Greci erano stati regolati secondo il principio dell’unità sotto l’unica presidenza dell’arcivescovo latino di Nicosia, tuttavia era stata consentita la temporanea esistenza di un arcivescovo greco, ma la presenza di due dignità equivalenti fu la causa di un aspro contenzioso tra l’arcivescovo di Nicosia e i suoi suffraganei latini da una parte e i vescovi greci dall’altra. L’azione conciliatrice del legato apostolico trovò ostacolo proprio nella persona di Ugo, determinato ad esercitare senza vincoli le proprie prerogative, di cui fu geloso custode. Una temporanea soluzione si ebbe da parte di Alessandro IV il 3 luglio 1260 con la cosiddetta Constitutio Cypria, che chiariva la supremazia della Chiesa latina. Tuttavia Ugo all’inizio del 1263 fu costretto a recarsi a Roma per gli ostacoli frapposti alla sua applicazione. Pur avendo ottenuto una parziale soddisfazione, il ritorno nell’isola gli dovette sembrare eccessivamente gravoso ed egli preferì non rientrare nella sua diocesi pur conservandone il titolo e le prerogative e tornare nella patria pisana.

Con il suo rientro nella città natale, in Ugo ripresero vigore gli interessi per la vita comune dedita prevalentemente alla preghiera e alla meditazione spirituale. Il suo attaccamento al santo vescovo di Ippona trovò espressione nella fondazione di una canonica regolare sotto la regola di sant’Agostino a Rezzano di Calci, dedicata ai santi Agostino, Maria e Tommaso e intitolata Episcopia, il nome del convento di Cipro ove aveva vissuto prima di essere chiamato all’episcopato, in seguito denominata di Nicosia. Alla fine del 1263 gli edifici erano in costruzione e l’arcivescovo Federico Visconti ne aveva benedetta la prima pietra. Ugo dotò in maniera cospicua la canonica e nel 1267 si preoccupò di porla sotto la protezione del Comune di Pisa. Egli redasse anche le Constitutiones che regolavano la vita dei canonici, ammessi soltanto dopo il compimento del diciottesimo anno, e miravano a togliere loro ogni preoccupazione materiale per dedicarsi totalmente al servizio divino. Il numero – particolarmente elevato – era fissato a venti: tredici religiosi, di cui cinque preti tra cui il priore, tre diaconi, tre suddiaconi e due accoliti, e sette conversi, cui era demandato il servizio di cucina e di lavanderia. Ugo dettò norme molto dettagliate per la celebrazione della liturgia, insistendo in modo particolare sul canto, di cui era attento cultore.

Il 4 febbraio 1265 Ugo compì a favore della canonica della cattedrale pisana una cospicua donazione, con la quale furono compiuti numerosi acquisti di terre per una somma totale di più di 2.700 lire. La donazione era anche finalizzata a potenziare la scuola per l’insegnamento del canto ai giovani chierici: Ugo fondò così l’offitium magistri scholarum, affidato ad un prete esterno alla canonica, e ne stabilì le norme nel suo testamento, a noi non perventuo.

L’ultima notizia di Ugo risale all’8 giugno 1267: la sua morte avvenne il 28 agosto di un anno di poco successivo. Fu sepolto davanti all’altare della chiesa della canonica da lui fondata, ove ancora si conserva la consunta lastra tombale.

Per buona parte del Trecento la canonica di Nicosia risulta unita a quella di San Paolo all’Orto, unione che si concluse nel 1377. Il secolo di maggiore prosperità fu il Quattrocento, contrassegnato anche da privilegi rilasciati prima dalla Repubblica pisana, poi dai conquistatori fiorentini e di nuovo dai reggitori pisani. In questo periodo furono annessi alla canonica il monastero (già femminile sotto la regola di sant’Agostino) di San Michele Arcangelo di Bràncoli nel Val di Serchio a Nord di Lucca nel 1406 – unione durata fino al 1458 –, la chiesa di San Lorenzo di Anghio nel piviere di Calcinaia il 7 settembre 1456, l’eremo di San Bernardo di Calci il 13 febbraio 1476, la chiesa di Santo Stefano al Puntone o di Calcinaia alla fine del XVI secolo. Il 30 gennaio 1503 il papa Giulio II, venendo incontro alla richiesta degli stessi canonici, unì l’ente alla congregazione canonicale del Santissimo Salvatore di Bologna, detta popolarmente degli Scopettini. L’ente si mantenne vitale fino alla soppressione ordinata dal granduca Pietro Leopoldo nel 1779. Il 12 gennaio 1782 Nicosia divenne un convento dei Francescani Osservanti e nell’ottobre successivo la chiesa fu eretta in parrocchia. Seguirono la soppressione napoleonica del 1810 e la ripresa della vita religiosa dopo la restaurazione, nel 1815. I Francescani vi rimasero fino al 24 gennaio 1970, dopo di che gli edifici conventuali sono caduti in uno stato di profondo degrado, mentre la chiesa è ancora officiata.

Culto:

L’epigrafe sull’architrave trecentesco del portale del complesso di Nicosia qualifica Ugo come beato ma non vi sono notizie certe di un culto liturgico al di fuori della canonica da lui fondata: la sua fama sanctitatis si è diffusa a partire dal sermone di Federico Visconti (1253-1277), arcivescovo di Pisa, pronunciato davanti al clero cittadino nella chiesa di San Pietro in Vincoli per celebrare l’anniversario dei funerali di Ugo e il titolo di beato gli è stato attribuito dagli eruditi di età moderna.

Bibliografia:

M.L. Ceccarelli Lemut – S. Sodi, «Opportebat eum descendere de monte contemplationis in civitatem actionis». Spiritualità, impegno diplomatico e pastorale in Ugo da Pisa, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 2017/1, pp. 91-103; M.L. Ceccarelli Lemut – S. Sodi, La Chiesa di Pisa dalle origini alla fine del Duecento. Pisanorum ecclesia specialis sancte Romane Ecclesie filia, Pisa, ETS, 2017 (Vos estis templum Dei vivi. Studi di storia della Chiesa, 7), pp. 322-325.

 




Santa Ubaldesca

Santa UbaldescaSanta Ubaldesca

a sinistra: Il miracolo di Santa Ubaldesca tratto da www.teutonic.altervista.org     

a destra: Raffigurazione di Santa Ubaldesca in un affresco nella Chiesa di St. John’s Gate a Londra. Tratto da wikipedia.it

Nata a Calcinaia intorno al 1146, figlia unica di genitori contadini, conduceva una vita tranquilla fra le faccende domestiche, la preghiera e le opere di carità finché, verso il 1160, le apparve un angelo che la invitò a lasciare la famiglia per condurre vita di penitenza nel monastero cittadino di San Giovanni nella carraia Gonnelle, attuale via Pietro Gori. Dio irruppe così nella vita quotidiana della santa per indurla ad un ‘salto di qualità’ nella vita spirituale, da una generica vita devota alla santità, ritenuta possibile solo nel contesto di un’istituzione religiosa. Ad Ubaldesca che osservava di mancare dei requisiti richiesti per entrare in monastero – ceto sociale e dote –, l’angelo rispose che lo Spirito Santo le avrebbe fatto superare tali insormontabili ostacoli. Dimenticato il pane nel forno (ritrovato l’indomani dai genitori cotto alla perfezione), Ubaldesca fu accompagnata a Pisa dai genitori ed accolta con grandi feste dalle monache. Si distinse subito per le sue virtù, le opere di penitenza, la carità verso le religiose malate.

Ubaldesca dunque entrò come oblata in un monastero femminile, che la tradizione identifica con quello di San Giovanni degli Ospitalieri, ma che invece era forse dedicato a San Salvatore. A questa ipotesi conduce la lettura della Vita di sant’Ubaldesca proposta da Gabriele Zaccagnini, che ha potuto trovare nella biblioteca di mons. Silvano Burgalassi e quindi utilizzare un finora sconosciuto manoscritto pergamenaceo della seconda metà del Cinquecento, contenente una Vita in italiano, traduzione dell’originale latino perduto redatto intorno al 1260. Finora invece, perduto l’originale latino, le notizie sulla vita della santa derivavano da quanto scrisse nel 1592 il camaldolese Silvano Razzi, cui ricorsero anche i Bollandisti negli Acta Sanctorum del mese di maggio.

Dalla Vita il cenobio sembra inserito nel solco della tradizione benedettina e ormai in fase di declino, tanto che Ubaldesca fu costretta ad elemosinare per aiutare la sua comunità. Qui la santa, senza pronunciare i voti monastici, condusse una vita penitenziale e di assistenza alle monache inferme, non un’attività ospedaliera rivolta all’esterno. Il monastero passò probabilmente alle dipendenze degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, operanti nella chiesa di San Sepolcro, quando Ubaldesca era ancora in vita: infatti nel 1205 le ultime vicende terrene della santa (morta il 28 maggio) ebbero un testimone importante nel cappellano dell’ordine gerosolimitano, fra Dotto degli Occhi, e San Sepolcro le dette sepoltura fino al 1924, allorché il corpo fu traslato nella pieve di Calcinaia, luogo di origine di Ubaldesca.

Questa ricostruzione modifica l’opinione tradizionale, che ha fatto di Ubaldesca il prototipo della monaca gerosolimitana. Certamente l’Ordine, attraverso l’operato di fra Dotto degli Occhi, volle gestirne il culto fin dagli inizi ma fu nel Cinquecento, dopo il trasferimento a Malta nel 1530, che i Cavalieri, intraprendendo una rilettura anche agiografica della propria storia, trasformarono Ubaldesca in «santa degli Ospedalieri», ottenendone dal papa Sisto V nel 1586 la traslazione di alcune reliquie ed erigendo nel 1603 na chiesa a lei dedicata Casal Paula, oggi Rahal Golid. Nell’oratorio della chiesa di San Giovanni alla Valletta sono raffigurati, ad opera della scuola di Mattia Preti, i principali esponenti dell’Ordine, tra cui appunto la nostra Ubaldesca, rappresentata nell’atto di compiere il miracolo della trasformazione in vino dell’acqua attinta dal pozzo.

Culto:

A parte un sermone dell’arcivescovo Federico Visconti (1253-1277), non vi sono altre attestazioni del culto di Ubaldesca nel Medioevo. Lo sviluppo della devozione alla santa è legata all’Ordine degli Ospedalieri. Nel corso del Quattrocento un miracolo riguardante il priore di San Sepolcro fu aggiunto alla redazione originaria della Vita. Ulteriore sviluppo il culto ebbe, come detto sopra, con la traslazione di reliquie a Malta, sì che Ubaldesca risultò ormai associata ufficialmente al santorale dell’Ordine: ella è infatti sempre raffigurata come una monaca gerosolimitana.

Ubaldesca è particolarmente venerata a Calcinaia, sua terra d’origine, anche grazie all’impegno della Deputazione a lei intitolata, nata nel 1799 con lo scopo di diffonderne la venerazione. Nel 1804, quale ringraziamento per la salvezza della popolazione di Calcinaia da un’epidemia di colera, fu istituita la «festa del voto o del cordone», celebrata ogni anno la prima domenica di Avvento con l’accensione di un cero davanti all’altare dedicato alla santa nella locale pieve. La solenne festa patronale si celebra la quarta domenica di maggio, preceduta la sera del sabato da una processione per le vie del centro storico. La domenica successiva si svolge una regata in Arno tra i tre rioni del paese (Montecchio, Nave, Oltrarno), preceduta da una sfilata di figuranti in costume rinascimentale, manifestazione risalente al 1821.

Bibliografia:

  1. Zaccagnini, Ubaldesca, una santa laica nella Pisa dei secoli XII-XIII, Pisa, ETS, 1996 (Piccola Biblioteca Gisem, 6).




Santa Bona

Santa Bona

(immagine tratta dal volume:  G. Zaccagnini, La tradizione agiografica medievale di santa Bona da Pisa, Pisa 2004 Piccola Biblioteca GISEM, 21)

Bona, nacque a Pisa, nel quartiere di Kinzica, intorno alla metà del secolo XII, probabilmente verso il 1155. Sebbene legata alla comunità di S. Martino in Kinzica come oblata, ebbe rapporti strettissimi con i benedettini pulsanesi del monastero di S. Michele “in Orticaria”. La Vita ci è pervenuta in quattro redazioni, di cui solo due complete, tràdite dal codice C 181 (secolo XIV-XV) dell’ Archivio Capitolare di Pisa. Dall’analisi testuale si evince che la redazione originale fu prodotta nell’ambiente dei benedettini pulsanesi (al cui Ordine apparteneva il monastero di S. Michele), e che successivamente fu rielaborata dai Canonici Regolari di S. Martino, dando origine a una seconda redazione. Le due redazioni che ci sono pervenute complete si distinguono per la struttura interna, per l’estensione e soprattutto per la finalità: la redazione pulsanese, più vicina alla realtà dei fatti anche se incline ad evidenziare i rapporti fra la santa e la comunità di S. Michele, sottolinea come Bona, pur essendo oblata dei canonici di S. Martino, si sentisse tutto sommato libera di seguire la propria vocazione, che fu quella della “peregrinatio religiosa”; la redazione canonicale cerca invece di mettere in risalto l’immagine di Bona come “figlia spirituale” dei canonici di S. Martino.

Le Vitae sono concordi nell’affermare che fin da bambina dette prova di grande fervore religioso. A soli dodici o tredici anni partì per la Terrasanta e vi si fermò per quasi dieci anni. Ritornata a Pisa, andò a vivere come oblata in una modesta dimora presso la chiesa di S. Martino. La sua vita non trascorse però in un quieto isolamento: pur essendo cagionevole di salute visse alternando lavoro e preghiera a lunghi ed estenuanti pellegrinaggi alla volta dei santuari più celebri, da Roma (“ad limina Apostolorum”) a S. Michele del Gargano, fino a Santiago di Compostela, dove si recò nove volte. Bona viaggiava in genere da sola, al modo degli antichi “peregrini” irlandesi, per cercare l’incontro con Dio nella solitudine di un esilio volontario, affrontando con coraggio i pericoli, i disagi e le fatiche di un continuo peregrinare che era l’espressone visibile della scelta di estraneità al mondo, terra d’esilio del cristiano che vive nell’attesa di giungere alla sua vera patria. La particolarissima devozione di Bona per l’apostolo Giacomo si espresse, oltre che nei ripetuti pellegrinaggi a Santiago, nella edificazione di una chiesa con annesso monastero a nord di Pisa, S. Jacopo de Podio, che la santa affidò ai monaci pulsanesi di S.  Michele. Morì a Pisa il 29 maggio 1207 e fu sepolta nella chiesa di S.  Martino, dove tutt’ora si trova il suo corpo. Festeggiata a Pisa il 29 maggio, Bona fu proclamata patrona delle assistenti di viaggio italiane da Giovanni XXIII, il 2 marzo 1962.

Tratto da: G. Zaccagnini, I santi nuovi della devozione pisana nell’età comunale (secoli XII–XV), in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 289–316 (pp.295-296)

Papa Giovanni Paolo II

Foto: a sinistra, Papa Giovanni Paolo II, al centro l’Arcivescovo di Pisa Mons. Alessandro Plotti e, a destra, Don Enrico Giovacchini Priore della Chiesa di San Martino in Kinzica che omaggia Sua Santità di un dipinto raffigurante Santa Bona protettrice delle hostess

La motivazione del Papa Giovanni XXIII

Dalla motivazione di Papa Roncalli traiamo alcuni significativi passi:


“La Chiesa (…) guarda anche a quelle giovani che, ai nostri tempi, nei quali sono aumentati straordinariamente i viaggi all’estero, (…) offrono ai viaggiatori la loro opera di assistenza e adempiono ad un ufficio certamente benefico e utile, ma esposto a moltissime difficoltà e pericoli.

Per cui sembra conveniente che (…) siano informate agli esempi di una celeste Patrona e siano sempre difese dalla sua Protezione. Viene proposta la Vergine Pisana, Bona. (…) che si recò più volte nei Sacri Luoghi, nell’Alma Città e a Santiago de Compostela, spinta da sentimenti religiosi come guida e aiuto dei pellegrini.(…).

Per sempre dichiariamo Santa Bona, Vergine pisana, Patrona delle Assistenti dei viaggiatori comunemente dette hostesses”.

A.D. 2.3.1962

 

A Pisa, in San Martino in Kinzica, è attiva la Compagnia di Santa Bona, la cui presentazione è visibile sul web www.santabona.pisa.it




Perpetua da Buti

Di Perpetua sappiamo solo che fu conversa nel monastero domenicano di S. Marta. Non conosciamo né la data di morte né il periodo in cui visse: il termine post quem è il 1342, anno della fondazione di quel monastero. Di nessun aiuto può essere una Vita di cui, secondo il Sainati, esisteva un antico manoscritto presso le monache di S. Marta fino a tutto il secolo XVII, ma che attualmente è nota solo grazia alla trascrizione eseguita dalla monaca Francesca Frosini nel 1780 e depositata nell’archivio della Pieve di Buti. Secondo questa Vita, Perpetua nacque a Buti da famiglia contadina. A seguito di una visione, in cui san Domenico la invitava a entrare nel suo Ordine, si recò nel monastero pisano di S. Marta, chiedendo di essere accolta come conversa. Subito si distinse per le sue virtù, ma avendo la mente costantemente rivolta a Dio appariva spesso alle monache distratta e maldestra nei compiti che le venivano affidati, al punto che cominciarono a deriderla, ritenendola pazza. Perpetua non se ne preoccupò, offrendo a Dio, per penitenza, le umiliazioni ricevute. Un giorno, mentre le monache erano in refettorio, si trattenne in coro, per pregare davanti al Crocifisso: subito fu rapita in estasi e, contemplando il mistero della passione di Cristo, rese lo spirito. La sua santità fu rivelata da due eventi miracolosi: le campane cominciarono a suonare da sole e, poco dopo, le monache udirono una voce proveniente dal Crocifisso che annunciava l’ingresso in Paradiso dell’anima di Perpetua. Come si vede il testo è più che generico e si snoda fra luoghi comuni senza fornire alcuna vera informazione biografica. Evidentemente in questo modo l’Autore cercava di nascondere la totale mancanza di informazioni sulla figura storica. Il corpo di Perpetua, sepolto nella chiesa di S.  Marta, sotto l’altar maggiore, fu traslato nel 1789 in una cappella laterale. La festa veniva celebrata la prima domenica di luglio. Una ricognizione fu effettuata nel 1857 dall’arcivescovo di Pisa, card. Corsi; in quella occasione una reliquia fu inviata alla Pieve di Buti, dove recentemente è stato traslato l’intero corpo. La festa è stata fissata all’ultima domenica di settembre

Tratto da: G. Zaccagnini, I santi nuovi della devozione pisana nell’età comunale (secoli XII–XV), in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 289–316 (pp.312-313)




Maria Maddalena Boscaini

Fortunata Felice Boscaini, questo il nome di battesimo nacque a Pisa il 17 Marzo 1704 da Ranieri e Elisabetta Baderacchi. Figlia unica di genitori benestanti, a 8 anni fu mandata dal padre in un monastero per esservi educata. Vi rimase fino a 14 anni, maturando la vocazione religiosa. Tornata nella casa paterna rifiutò di sposarsi e, vinta la ferma resistenza del padre, ottenne il permesso di entrare nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello dove trovò la beata Florida Cevoli. Nel 1721, dopo aver compiuto il noviziato sotto la guida di Santa Veronica Giuliani (1660-1727), pronunciò i voti prendendo il nome di Maria Maddalena. La sua spiritualità fu improntata ad una rigida ascesi e un forte slancio mistico. Si dice che ricevette le stimmate: mentre quella del costato (scoperta dopo la morte) era reale, quelle delle mani e dei piedi erano soli “spirituali”. Fu due volte maestra delle novizie e due volte badessa. Morì il 22 dicembre 1765 in odore di santità.Fonte principale è la biografia scritta dal canonico Girolamo Rossi, riflessioni per modo di elogio sopra le azioni e virtù di Suor Maria Maddalena Boscaini, religiosa professa nell’insigne monastero di Santa Chiara delle Cappuccine di Città di Castello, Urbino, 1777.

Non esiste un culto liturgico.

 

Da: G. Zaccagnini, Schede agiografiche, in Devozione e Culto dei Santi a Pisa nell’iconografia a stampa, a c. di S. Burgalassi e G. Zaccagnini, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1997.




SAN LUSSORIO (ROSSORE) martire

San Lussorio (Rossore)

 

Donatello, Busto reliquiario di san Rossore (1424-1427 ca.), Pisa, Museo Nazionale di San Matteo

Nel corso del Medioevo la Sardegna fu unita a Pisa da una molteplicità e complessità di rapporti non solo economici, politici e sociali certo, ma anche culturali e religiosi. Tra questi ultimi un ruolo di rilievo fu assunto dalla trasmissione di culti e di reliquie, aspetto di quell’ampio fenomeno che vide la via marittima tramite dell’arrivo nell’area pisana di un buon numero di culti e veicolo della stessa cristianizzazione.

Il santo più famoso e venerato è Lussorio, trasformato a Pisa in Rossore. Si tratta di Luxurius, martire sardo venerato a Forum Traiani fin dal IV secolo, il cui dies natalis va collocato al 21 agosto. La Passio pare risalire al periodo tra l’VIII e il X secolo, anche se il più antico codice conosciuto è ascrivibile agli inizi del XII. Il racconto, molto schematico e privo di episodi fantastici o miracolosi, fa di Luxurius un «paganissimus apparitor», presumibilmente membro dell’officium del governatore dell’isola residente a Carales. Divenuto cristiano in seguito alla lettura dei Salmi e battezzato, fu denunciato al praeses Delphius. Imprigionato, convertì a sua volta i due fanciulli Cisello e Camerino, martirizzati a Cagliari e sepolti sul luogo dove poi sorse la chiesa di San Saturnino. Lussorio invece avrebbe subito il martirio a Forum Traiani, odierna Fordungianus. Tutto ciò sarebbe avvenuto durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano, forse nel 304.

Nel Pisano, a Lussorio fu intitolata una chiesa sorta sulla riva del mare a Occidente della città, nel probabile contesto di uno scalo alla foce dell’Arno, attestata per la prima volta il 6 luglio 1051 col nome di San Rospizio, nell’attuale località Cascine Nuove. La quasi assoluta mancanza di documentazione altomedievale per quest’area impedisce di saperne di più, ma verosimilmente la chiesa era molto più antica. Infatti nel XIV secolo Opicino de Canistris nel suo Liber de laudibus civitatis Ticinensis narra che il re longobardo Liutprando (712-744) avrebbe portato dalla Sardegna a Pavia nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro, oltre al corpo di sant’Agostino, anche quelli di altri santi, tra cui Rossore, Cisello e Camerino. La presenza del culto di questi ultimi tre sulla costa pisana e in ambito portuale suggerisce l’ipotesi che proprio dalla nostra città siano transitate quelle reliquie nel viaggio dalla Sardegna a Pavia.

Il 13 maggio 1084 il vescovo Gherardo decise d’istituire un monastero maschile secondo la regola di san Benedetto presso la chiesa di San Rossore, posta presso l’Arno e a scarsa distanza dal mare, cui donò l’ampio territorio circostante. La fondazione e la donazione furono confermate il 24 luglio 1098 dall’arcivescovo Daiberto. La ricostruita chiesa monastica, che conservava le reliquie dei santi Rossore e Camerino, fu consacrata il 22 settembre 1106 dal successore di Daiberto, Pietro, come attesta una lamina plumbea rinvenuta il 9 marzo 1786 a Pisa nel palazzo arcivescovile, sul luogo della distrutta cappella episcopale di San Giorgio, alla profondità di sei braccia all’interno di un’arca marmorea, verosimilmente un sarcofago romano, contenente le reliquie dei due santi. Insieme con questa lamina, ne furono trovate altre due, attestanti le successive traslazioni compiute sempre all’interno della chiesa di San Rossore, rispettivamente dagli arcivescovo Villano l’8 novembre 1157 e Ubaldo il 29 agosto 1178. Le reliquie trovate nel 1786 furono donate dall’arcivescovo Angiolo Franceschi ai canonici, che avevano assunto, non è noto quando ma verosimilmente in età moderna, come patroni i santi Rossore, Cisello e Camerino.

Nel 1272 il monastero di San Rossore fu abbandonato dai Benedettini per le difficoltà causate dall’impeto dell’Arno e annesso al convento cittadino di San Torpè degli Umiliati, ove fu trasferita la reliquia della testa di san Rossore. Gli Umiliati nel 1422 la portarono nella loro chiesa di Ognissanti a Firenze, commissionando a Donatello un busto reliquiario. La reliquia rimase a Firenze fino alla soppressione dell’Ordine nel 1570 e dalla famiglia Covi, beneficiaria di tale soppressione, fu donata nel 1590 alla chiesa conventuale dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano a Pisa. In seguito al furto avvenuto il 12 febbraio 1976 e al suo ritrovamento pochi giorni dopo, il busto reliquiario è conservato nel Museo Nazionale di San Matteo.

 

 

Antico monastero di San Lussorio

San Rossore, Cascine Nuove, luogo ove sorgeva il monastero di San Rossore (distrutto durante la II Guerra Mondiale).

 

Culto:

Il Martirologio Geronimiano ricorda san Lussorio il 21 agosto e il 26 settembre. A Pisa la festa si è celebrata in due date diverse, il 21 ottobre e il 21 agosto. A Fordongianus la chiesa intitolata a San Lussorio, costruita nelle forme attuali agli inizi del XII secolo, sorge sul luogo ove si sono susseguite diverse aule destinate al culto martiriale già a partire dal IV secolo.

Bibliografia:

P.G. Spanu, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi, Oristano, S’Alvure, 2000, (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e ricerche, 15), pp. 97-114; M.L. Ceccarelli Lemut,, Santi nel Mediterraneo dalla Sardegna a Pisa, in «Bollettino Storico Pisano», LXXIV (2005), pp. 201-208.

 

 




Iacopina

Di Iacopina (Giacomina, nota anche con il diminutivo Pina) sappiamo ben poco: sposò giovanissima Pietro da Cascina e, alla morte del marito, avvenuta prima del 1366, divenne terziaria domenicana. Nel 1368 fu eletta priora delle terziarie pisane. Non conosciamo l’anno della morte. E’ menzionata nel Tractatus de Ordine Fratrum de Poenitentia sancti Dominici di Tommaso Caffarini da Siena (redatto nel 1402), il quale la definisce «eximiae pietatis et sanctae conversationis et famae». Il culto è scarsamente documentato ma sembra antico; non esiste comunque una festa liturgica.

Tratto da: G. Zaccagnini, I santi nuovi della devozione pisana nell’età comunale (secoli XII–XV), in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 289–316 (pp. 313-124)




SAN GUIDO

Guido Della GherardescaReliquiario

Su di lui mancano notizie certe. Una recente tradizione ne ha fatto un membro della casata dei conti Della Gherardesca, figlio di Napoleone e fratello del cardinale Pietro (1113-1144). Napoleone proviene da un celebre falso quattrocentesco che intendeva anticipare la fondazione della Pia Casa di Misericordia di Pisa al 1053, e nemmeno il cardinale Pietro da Pisa era della casata gherardesca. Il nome Napoleone compare nella famiglia solo nel XIV secolo, con il conte Napoleone di Ranieri di Ianni di Donoratico, attestato tra il 1340 e il 1362.

Di Guido in realtà si può dire solo che, a quel che sembra, fu un eremita, vissuto presso Castagneto Carducci. L’epoca potrebbe essere tra il XII e il XIII secolo, periodo d’importante diffusione dell’eremitismo in Toscana e presso Castagneto esistette nel Duecento un romitorio, Sant’Jacopo di Baronti. L’unica cosa certa è la traslazione delle reliquie di san Guido dalla chiesa del distrutto castello di Donoratico al duomo di Pisa il 16 giugno 1458: nel 1688 furono riposte nell’altare già di san Ranieri, nella navata sinistra presso l’incrocio con il transetto.

Culto:

Nel 1457 Callisto III, autorizzando la traslazione del corpo al duomo di Pisa riconobbe il culto del santo, ricordato nella liturgia pisana il 20 maggio, presunto dies natalis, e il 16 giugno, data della traslazione.

Bibliografia:

  1. Zaccagnini, Schede agiografiche, in Devozione e culto dei santi a Pisa nell’iconografia a stampa, a cura di S. Burgalassi – G. Zaccagnini, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1997 (Opera della Primaziale pisana. Quaderno 7/2), pp. 57-78, alla p. 68.




Giovanni Della Pace

Nel Camposanto di Pisa, su una tomba, si legge un epitaffio risalente agli inizio del secolo XVII, che inizia con:“nobile Johannis gaudet de pace sepulcrum/ quod cernis, lector, spiritus alta tenet”, la tradizione erudita locale ha amplificato le poche notizie di questa iscrizione affermando che si trattava di un nobile vissuto come eremita che, al suo rientro in città, edificò una chiesa dedicata alla SS. Trinità e un oratorio a San Giovanni Evangelista. Presso quest’ultimo avrebbe fondato una comunità di disciplinati. Mons. G. Barsotti, in un lavoro pubblicato a Pisa nel 1901, dimostrò che i versi dell’epigrafe sepolcrale potevano essere riferiti a tre diversi personaggi, da lui identificati grazie ad accurate ricerche. Il primo è Giovanni, appartenente alla famiglia dei Della Pace, morto nel 1260. Il secondo un certo Giovanni della Pace, pellicciaio, vissuto santamente in matrimonio e morto in odore di santità nel 1433. Il terzo un “frater Johannis Pinsoculus quondam Vannis de Cappella sanctae trinitatis”, di cui si fa menzione in un atto del 1355. Il luogo presso cui visse in città si chiamava appunto “Porta della Pace”. Il Barsotti indicò come probabile l’identificazione del beato Giovanni della tradizione con quest’ultimo. Una “Compagnia del beato Giovanni” è sopravvissuta fino al 1782. Fino al 1856 era sepolto nel Cimitero Monumentale di Pisa in una tomba decorata da affreschi; da quell’anno le sue reliquie furono traslate nella Chiesa di San Francesco a Pisa.

Da: G. Zaccagnini, Schede agiografiche, in Devozione e Culto dei Santi a Pisa nell’iconografia a stampa, a c. di S. Burgalassi e G. Zaccagnini, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1997.

Giovanni CINI, (Giovanni della Pace), beato. – Nacque a Pisa, probabilmente intorno al 1270, da umile famiglia; per vivere, infatti, si arruolò come soldatus o stipendiario al servizio del Comune di Pisa. Ancora giovane – sicuramente prima del 1295 – entrò nell’Ordine dei frati della penitenza, o Terz’Ordine francescano, non rinunciando tuttavia alla professione delle armi e conducendo ancora, sembra, una vita poco edificante.

La vera conversione del C. all’ideale evangelico fu determinata sicuramente da un avvenimento eccezionale. Ne sono testimonianza sia il sorgere di leggende intorno ad essa -rivelatrici di un avvenimento non comune, ma che tuttavia devono ritenersi false, in quanto si riferiscono a episodi posteriori alla morte di Giovanni – sia un lascito testamentario (1391) di Parasone Grasso, operaio dei duomo di Pisa, a favore della Compagnia di S. Giovanni Evangelista affinché si dipingesse nella sede della Compagnia la “historia fratris lohannis soldati”. L’affresco, eseguito in osservanza alle disposizioni testamentarie, è andato perduto (già nel 1689 se ne scorgevano solamente alcune tracce); ciò non consente di stabilire con precisione l’episodio che fu causa della conversione del Cini. Il Barsotti identifica tale episodio con l’attentato che fu perpetrato l’8 ott. 1296 da Ciommeo Cappone della famiglia dei Lanfranchi, aderente alla fazione dell’arcivescovo Ruggiero, ai danni dell’amministratore generale dell’arcivescovo eletto di Pisa Teodorico. Alcuni documenti riferiscono che faceva parte degli attentatori un soldato che aveva vestito l’abito dei frati della penitenza, probabilmente il C.; la conversione sarebbe maturata nel carcere, in cui egli sarebbe stato rinchiuso per il misfatto.

Dopo la conversione definitiva il C. dedicò la sua vita all’assistenza dei bisognosi. Già prima del 1312 egli non era più allo stipendio del Comune di Pisa come soldato ed è certo che già nel 1305 godeva fama di uomo pio, poiché in quell’anno fu designato tra le dodici persone spirituali che, elette a vita, potevano intervenire direttamente negli affari della Pia Casa della misericordia. Era questa una fondazione assistenziale di Pisa, di cui il C. fu uno dei promotori e i cui statuti furono approvati il 16 marzo 1305 dall’arcivescovo fra’ Giovanni di Polo. Il C. ricoprì più volte cariche direttive della Pia Casa fino al 1319, anno in cui non compare più tra. i componenti della magistratura di quell’istituto: evidentemente in quel periodo egli si ritirò dalla vita pubblica per vivere da eremita.

Non si conosce il luogo che il C. scelse come eremo, ma esso doveva trovarsi nelle vicinanze di Pisa. Nella città infatti la fama intorno alla sua persona crebbe rapidamente e un gran numero di fedeli che volevano seguire il suo esempio si riunirono sotto il nome di fraticelli della penitenza; ad essi fu affidata la custodia del romitorio di S. Maria della Sambuca, presso Livorno, in cui nel 1332 lo stesso C. si trasferì, fondandovi, sembra, un ospedale per poveri e pellegrini. In seguito, il C. trascorse gli ultimi anni della sua vita nel romitorio di S. Giovanni Evangelista in Porta Pacis (da cui fu comunemente chiamato Giovanni della Pace) a Pisa fondandovi probabilmente la Compagnia e l’oratorio dei disciplinati di S. Giovanni Evangelista: fondazione che ebbe il compito di assistere spiritualmente e materialmente i bisognosi che si vergognavano di mendicare pubblicamente.

Il C. morì in questo romitorio, in una cella che si racconta egli avesse fatto murare, lasciando aperta solamente una finestrella; ignoto è l’anno della sua morte.

Fu sepolto nel camposanto di Pisa presso la porta Maggiore, in un’arca marmorea pagana riadattata; più tardi (1387 0 1388) la tomba fu decorata da un affresco di Antonio Veneziano, raffigurante il beato attorniato da quattro angeli. Il culto del C., sorto subito dopo la sua morte, fu approvato da Pio IX il 10 sett. 1857; la sua festa viene celebrata il 12 novembre. Alcune reliquie del beato, una volta conservate nell’oratorio della Compagnia dei disciplinati di S. Giovanni Evangelista, soppressa da Pietro Leopoldo I di Toscana nel 1785, si trovano nella chiesa di S. Anna a Pisa. Il suo corpo, dopo la beatificazione, fu portato nella chiesa di S. Francesco a Pisa, dove è tutt’ora conservato nella cappella della sacrestia.

Nella tradizione storiografica il C. è stato spesso confuso con un omonimo, anch’egli terziario francescano, nato a Pisa nel 1353, di professione pellicciaio, sposato e con figli. Ciò ha fatto riferire la conversione del beato ad  avvenimenti a cui, per la loro datazione, avrebbe potuto prendere parte il C. pellicciaio.

(M. Franceschini, in Dizionario Biografico degli Italiani, dal sito www. Treccani.it )




BEATA GHERARDESCA

Al pieno Duecento appartiene la vicenda terrena della beata Gherardesca, narrata da una Vita latina composta da un monaco di S. Savino, probabilmente il suo confessore, pervenutaci priva della fine e con lacune nel passionario trecentesco citato sopra, pubblicata nel 1688 dal Bollandista Daniel Papebrock negli Acta Sanctorum al 29 di maggio. In età moderna, a motivo del nome, si è falsamente ritenuto che appartenesse alla famiglia dei conti Della Gherardesca. In realtà l’autore della Vita niente dice della casata della santa, tuttavia piuttosto elevata, dal momento che ella era consanguinea di un abate di San Savino, forse Urbano, attestato dal 1228 al 1236.

La Vita di Gherardesca si presenta come un testo di difficile lettura, pieno di episodi oscuri, visioni ed eventi soprannaturali, con un linguaggio simbolico molto elaborato, mentre l’agiografo evita in genere di parlare in modo esplicito delle diverse vicende terrene della santa. Ricco di visioni, miracoli, sogni, apparizioni e prodigi della più varia natura, il testo descrive un cammino fortemente interiorizzato. Frequenti furono le lotte contro il demonio. Per queste sue vittorie Gherardesca ottenne da Dio molti ed eccezionali doni mistici: leggeva nel pensiero, vedeva a distanza, compiva pellegrinaggi in spirito, riceveva frequenti apparizioni di Cristo, degli angeli e dei santi, in particolare degli apostoli Giovanni e Giacomo; inoltre fu dotata di virtù taumaturgiche.

Fin da bambina Gherardesca apparve ripiena di virtù e a sette anni fuggì addirittura in un monastero, da dove la ricondusse a casa la madre, che all’età opportuna la convinse a sposarsi. Il matrimonio non fu benedetto da una discendenza, per la quale la madre pregava incessantemente: così un giorno la donna ebbe una visione in cui le si rivelava la straordinaria maternità spirituale della figlia in san Giovanni Evangelista, con un’equiparazione quindi alla Madonna. Gherardesca riuscì poi a convincere il marito ad abbracciare la vita religiosa, per la quale i due coniugi scelsero il monastero di San Savino. Qui il marito si fece monaco, mentre ella ricevette una cella, o meglio una piccola abitazione con orto, fuori del circuito monastico, dove visse una vita di penitente, ma la sua dimora era aperta ai visitatori e la stessa Gherardesca ne usciva per recarsi in varie chiese, tra cui in particolare San Martino, ove riposava Bona. Nata dopo la morte di questa, non poté conoscerla, tuttavia la santa comparve tra i personaggi delle sue visioni e le offrì un tralcio di rose: inoltre Gherardesca intrattenne rapporti con i Pulsanesi, sia a San Jacopo de Podio (dove avrebbe voluto essere sepolta) sia a San Michele degli Scalzi e manifestò la sua devozione per l’Apostolo venerato a Compostella. Anche in lei fu presente la dimensione del pellegrinaggio, in questo caso però si trattava di pellegrinaggi in spirito.

Molto forte era naturalmente il legame con San Savino e l’agiografo ce la presenta continuamente sollecita del benessere spirituale dei monaci: in effetti però tale soverchia familiarità e addirittura invadenza non erano del tutto graditi e la Vita fa trasparire i contrasti al riguardo. Si giunse addirittura ad una scomunica, pronunciata dal priore di Camaldoli, contro cui il procuratore di Gherardesca si appellò il 5 luglio 1269. Si ignora l’anno della morte: fu sepolta nella chiesa di San Savino, ove però già nel XVIII secolo non vi era traccia della tomba.

Culto:

Il papa Pio IX nel 1856 concesse la celebrazione dell’ufficio al 5 giugno.

Bibliografia:

  1. Caby, La saintetè fèminine camaldule au Moyen Age: autour de la b. Gherardesca de Pise, in «Hagiographica,» I (1994), pp.235-269; G. Zaccagnini, Schede agiografiche, in Devozione e culto dei santi a Pisa nell’iconografia a stampa, a cura di S. Burgalassi – G. Zaccagnini, Pontedera, Bandecchi e Vivaldi, 1997 (Opera della Primaziale pisana. Quaderno 7/2), pp. 57-78, alle pp. 65-66; M.L. Ceccarelli Lemut, Santità femminile a Pisa tra XII e XIII secolo, in Medioevo e dintorni. Studi in onore di Pietro De Leo, a cura di M. Salerno – A. Vaccaro, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2011, I, pp. 103-115.