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15 Agosto: festa dell’Assunta

15 Agosto: Festa dell’Assunta

Da sempre i Pisani sono devoti a Maria Santissima Assunta in cielo, tanto da intitolarle la chiesa Cattedrale e venerarla e invocarla come protettrice principale della città.

Numerosissime furono anche le chiese intitolate a Maria Assunta fondate dai Pisani in Corsica, Sardegna e altre terre appartenenti alla Repubblica alfea nel Medioevo.

Risulta da alcune fonti che la Festa dell’Assunzione di Maria Vergine, celebrata il 15 agosto, fosse bandita quindici giorni prima: il primo del mese uscivano 20 cavalli vestiti da un drappo scarlatto con le insegne cittadine.

I primi due cavalieri recavano le armi del Comune e del Popolo, i due seguenti aste dorate con le Aquile imperiali, poi due con due aquile vive.  A seguire il resto del corteo, riccamente ornato, coi trombettieri del Comune in livree argentate proclamanti i palii che si sarebbero corsi, per terra e per acqua, accompagnati da suonatori di tamburelli e cenamelle (specie di zampogne), vestiti di vermiglio a spese del Comune.  Sempre il primo agosto su tutte le numerosissime torri che allora svettavano nel cielo alfeo venivano issate tre bandiere: Aquila, Comune, Popolo. Idem al Duomo, in facciata, fiancate, cupola, Campanile, Battistero e Campo Santo, e in tutte le chiese e palazzi pubblici della città e del contado. Da altre fonti risulta che tutto questo avvenisse non due settimane prima ma il 14 agosto. In ogni caso, nel giorno della vigilia gli Anziani della Repubblica alfea si recavano al Duomo in solenne processione.

L’Arcivescovo vestito a Pontificale dava inizio al solenne Vespro, si cantava il Mattutino a cui seguiva una processione in piazza, seguita dalle Compagnie Militari, delle Arti e dal popolo, tutti recanti candele di mezza libbra: infatti, una componente fondamentale della Festa era l’offerta dei ceri alla Chiesa Primaziale, da parte di tutte le cappelle (ossia le parrocchie) cittadine, le chiese dei sobborghi, e dai Magistrati della Repubblica: il Podestà, gli Anziani, il Capitano del Popolo, il Consiglio del Senato, il Camarlengo del Comune, la Masnada a cavallo, le Sette Arti, la Curia del Mare e dei Mercanti.

Inoltre le Compagnie Militari (per citarne alcune: l’Elefante, la Spina, la Rosa, la Giraffa) e gli altri cittadini e le centinaia di paesi, comunità, terre e castella appartenenti alla Repubblica di Pisa, come ad esempio Livorno, Rosignano, la Val di Serchio, ecc., con pene pecuniarie per chi si sottraesse a questa incombenza.

Era l’Operaio dell’Opera del Duomo che aveva l’incarico di far preparare i ceri da offrire, più o meno riccamente ornati e istoriati secondo la dignità dell’offerente. I ceri più importanti erano condotti su trabacche, cioè carretti coperti da baldacchini per proteggerli dal solleone o da eventuali piogge. In Duomo c’era chi giocava a zara, tirava sassi, rubava i ceri: per questi comportamenti eran previste pene pecuniarie, così come per chi passava la notte della vigilia in Duomo e in Campo Santo ballando, cantando e schiamazzando…

La Festa dell’Assunta, come le altre Feste Maggiori, era arricchita dall’esposizione della famosa Cintola del Duomo: una fettuccia di stoffa bianca – in seguito rossa – ornata da verghette d’argento, che veniva appesa ad arpioncini di ferro, tuttora esistenti, posti a qualche metro d’altezza lungo tutto il perimetro della Primaziale. Il prezioso ornamento era custodito nella Camera Pisani Communis dentro il tamburo, un baule rotondo, evidentemente arrotolato in un rocchetto.  Una processione di tutto il clero accompagnava l’arrivo al Duomo della Cintola, trasportata su un carro trainato da buoi. Oggi purtroppo, dato che tale festività cade in un periodo di ferie di massa, si è persa la memoria di tali festeggiamenti così sfarzosi e sentiti.

Ovviamente però l’Assunta rimane una delle Feste Maggiori per la Chiesa alfea, per cui ogni 15 d’agosto nella Primaziale l’Arcivescovo celebra una messa pontificale in onore di Maria Vergine Assunta in cielo, oggi come ieri signora e padrona di Pisa.

15 Febbraio: nasce a Pisa Galileo Galilei

Galileo Galilei

 Il più grande scienziato di tutti i tempi, Galileo Galilei, è nato a Pisa il 15 febbraio del 1564.

Galileo non ha certo bisogno di presentazioni: è il genio per eccellenza, conosciuto, studiato e celebrato in tutto il mondo. Tutti lo ricordano come il fondatore della scienza moderna: fisico, matematico, astronomo e filosofo, ideatore del Metodo Scientifico, ha legato il proprio nome a importanti scoperte e contributi in questi settori della scienza, rivoluzionando l’astronomia e sostenendo eliocentrismo e teoria copernicana, e ribaltando la filosofia naturale aristotelica. Queste sue teorie, pubblicate nel celeberrimo “Dialogo sui massimi sistemi dell’Universo”, lo misero in rotta di collisione -ingiustamente- con il Sant’Uffizio  che lo costrinse ad abiurare.

 Nel discorso del 22 settembre 1989 a Pisa in Ponte di Mezzo, durante la Luminara straordinaria, Papa Giovanni Paolo II  gettò le basi per una riabilitazione piena di Galileo -che avverrà nel 1992- dicendo di lui:

 “Qui (a Pisa) è la fede, è la carità, è la pietà che parlano attraverso le forme, le figure, le pietre stesse, lavorate sapientemente dall’uomo. Ma in questa città non solo l’arte ha trovato accoglienza privilegiata: tante altre espressioni dell’intelligenza e dell’ingegno umano hanno lasciato testimonianze singolari. Come non ricordare almeno il nome di quel grande, che qui ebbe i natali e da qui mosse i primi passi verso una fama imperitura? Galileo Galilei, dico, la cui opera scientifica, improvvidamente osteggiata agli inizi, è ora da tutti riconosciuta come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca e, in generale, nel cammino verso la conoscenza del mondo della natura.”

 Famosa la scoperta della legge dell’isocronismo del pendolo, che secondo la tradizione lo scienziato pisano avrebbe compiuto all’interno della Cattedrale, osservando l’oscillazione di una lampada appesa al soffitto. Ancor più celebre e riproposto più volte è lo studio della teoria della caduta dei gravi, effettuata dalla sommità del Campanile Pendente e quella del piano inclinato.

 La Pisa quasi contemporanea gli ha dedicato un lungarno nel centro storico, una scuola superiore e l’Aeroporto (che invece qualcuno negli anni ’70 avrebbe -vergognosamente- voluto denominare “città di Firenze”…); solo recentemente una statua per merito di un collezionista pisano; un’istituzione: la Fondazione Galileo, contenente gli strumenti del calcolo nell’area della Cittadella; e infine un piccolo museo dalle grandissime potenzialità, la Domus Galilaeana di via Santa Maria, attualmente in restauro, situata nell’edificio già sede della Specola.

foto: la figura del celebre scienziato scolpita nel marmo nella statua a lui dedicata e custodita nei loggiati del Palazzo della Sapienza di Pisa

 

 

15 Febbraio: nasce a Pisa Galileo Galilei

Il più grande scienziato di tutti i tempi, Galileo Galilei, è nato a Pisa il 15 febbraio del 1564.

Galileo non ha certo bisogno di presentazioni: è il genio per eccellenza, conosciuto, studiato e celebrato in tutto il mondo. Tutti lo ricordano come il fondatore della scienza moderna: fisico, matematico, astronomo e filosofo, ideatore del Metodo Scientifico, ha legato il proprio nome a importanti scoperte e contributi in questi settori della scienza, rivoluzionando l’astronomia e sostenendo eliocentrismo e teoria copernicana, e ribaltando la filosofia naturale aristotelica. Le sue teorie, pubblicate nel celeberrimo “Dialogo sui massimi sistemi dell’Universo”, lo misero in rotta di collisione -ingiustamente- con il Sant’Uffizio  che lo costrinse ad abiurare.

 Nel discorso del 22 settembre 1989 a Pisa in Ponte di Mezzo, durante la Luminara straordinaria, Papa Giovanni Paolo II  gettò le basi per una riabilitazione piena di Galileo -che avverrà nel 1992- dicendo di lui:

 “Qui (a Pisa) è la fede, è la carità, è la pietà che parlano attraverso le forme, le figure, le pietre stesse, lavorate sapientemente dall’uomo. Ma in questa città non solo l’arte ha trovato accoglienza privilegiata: tante altre espressioni dell’intelligenza e dell’ingegno umano hanno lasciato testimonianze singolari. Come non ricordare almeno il nome di quel grande, che qui ebbe i natali e da qui mosse i primi passi verso una fama imperitura? Galileo Galilei, dico, la cui opera scientifica, improvvidamente osteggiata agli inizi, è ora da tutti riconosciuta come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca e, in generale, nel cammino verso la conoscenza del mondo della natura.”

 Famosa la scoperta della legge dell’isocronismo del pendolo, che secondo la tradizione lo scienziato pisano avrebbe compiuto all’interno della Cattedrale, osservando l’oscillazione di una lampada appesa al soffitto. Ancor più celebre e riproposto più volte è lo studio della caduta dei gravi, effettuato dalla sommità del Campanile Pendente.

 La Pisa quasi contemporanea gli ha dedicato un lungarno nel centro storico; una scuola superiore in centro; l’aeroporto internazionale (che invece qualcuno negli anni ’70 avrebbe vergognosamente voluto denominare “città di Firenze”…); solo recentemente una statua per merito di un collezionista pisano, collocata alla Cittadella; un’istituzione: la Fondazione Galileo, che gestisce il Museo degli strumenti per il calcolo, nell’area della Cittadella; e infine un piccolo museo dalle grandissime potenzialità, la Domus Galilaeana, nella centralissima via Santa Maria: attualmente in restauro, è situata nell’edificio già sede della Specola.

Il Gioco del Ponte

GIOCO DEL PONTE

Il Gioco del Ponte è una manifestazione rievocativa della città di Pisa.
Consiste nella finta battaglia tra le due Parti o Fazioni (Mezzogiorno, o Àustro, e Tramontana, o Bòrea) in cui l’Arno divide la città, e si svolge sul Ponte di Mezzo, da cui il nome.
Tale evento, nel corso dei secoli, si è svolto in modo molto irregolare e diversificato, con interruzioni numerose e prolungate e con modalità di effettuazione molto diverse tra loro.
Molti storici ritengono che esso sia la continuazione del Gioco del Mazzascudo, torneo medievale che si disputava nell’antica Piazza degli Anziani, o delle Sette Vie (oggi dei Cavalieri). Ogni contendente aveva per arma una mazza e per difesa uno scudo – da cui il nome della tenzone – e doveva con questi respingere l’avversario al di fuori di un’area recintata da catene. Gli scontri erano inizialmente individuali, poi collettivi con la Battaglia Generale che vedeva contrapposte due grandi fazioni – il Gallo e la Gazza – che riunivano le diverse compagnie militari cittadine, con la stessa finalità di conquista del territorio.
Si giocò fino al 1406, anno in cui i fiorentini occuparono Pisa acquistandola dal traditore Giovanni Gambacorta, dato che non erano riusciti a conquistarla con la forza, tentando poi con ogni mezzo di distruggerla e stravolgerla nel suo assetto architettonico, sociale e politico. 
La data d’inizio del Gioco del Ponte moderno è il 1568, quando il teatro dello scontro fu trasferito sul Ponte Vecchio (oggi chiamato Ponte di Mezzo, dato che è il centrale dei tre ponti storici).
Dopo alterne vicende si arrivò al 1785, concludendo così il Periodo Classico del Gioco. Si disputò una battaglia nel 1807 ma rimase isolata (l’unica del XIX secolo) perché ormai la cultura giocopontesca era morta e sepolta.
La Battaglia, in questo periodo, consisteva nello scontro fra i due eserciti della città, che si disponevano sul Ponte in due gruppi ciascuno (i Forti, o Affronti) schierati in formazione simile alla testuggine romana. I soldati erano armati di targone, una tavola di legno stretta in un’estremità e larga e arrotondata nell’altra, che per questa forma poteva servire da strumento di offesa o difesa.
La mezzeria del Ponte era chiusa dall’Antenna, un palo di legno posto trasversalmente a separare i due eserciti e che al segnale convenuto veniva alzato dando inizio allo scontro.
Lo scopo della Battaglia era la conquista del maggior terreno possibile sul Ponte, rispetto all’esercito avversario: e quindi, simbolicamente, la conquista della città. Se i giudici, alla fine del tempo stabilito, ritenevano che nessuna delle due Parti avesse conquistato una parte significativa di territorio avversario, veniva decretata la Pace.
Come ogni esercito, le due Fazioni erano composte da più Compagnie, o Squadre, che potevano o no rappresentare i quartieri cittadini e che ben presto si codificarono in 6 per Fazione: Delfini, Dragoni, Sant’Antonio, San Martino, San Marco e Leoni per Mezzogiorno, e Satiri, Mattaccini, Santa Maria, San Francesco, San Michele e Calci per Tramontana.
Nel 1935 si provò a riesumare l’antica Battaglia, nell’ambito di un ambizioso programma nazionale promosso dal regime fascista, teso al recupero di antiche manifestazioni per potenziare l’immagine della nazione.
Il Gioco finì in rissa.
Si riprovò nel 1937 e nel 1938 ma con scarso successo. Poi scoppiò la guerra.
Ed eccoci al 1947. Nell’entusiasmo del Dopoguerra, il Gioco si ripresentò ai pisani… allo stadio, visto che il vecchio Ponte era stato distrutto. Tre anni dopo il Gioco tornò sui lungarni, col nuovo ponte appena inaugurato.
Ma la grande novità furono le modalità della Battaglia: non più scontro fra due eserciti, bensì spinta di un marchingegno meccanico (il Carrello) su rotaie, da effettuarsi in sei gare distinte e consecutive, tra le 12 squadre di cui i due eserciti erano composti.
Veniva così evitato il rischioso contatto diretto fra i “Combattenti” (che da allora in poi sarebbe più corretto definire “Spingitori”) ma purtroppo veniva completamente snaturato il Gioco del Ponte, che è per definizione la battaglia fra le due Parti di Pisa, e non un torneo fra 12 quartieri, sobborghi e paesi.
Inoltre il sistema della spinta col carrello incontrò da subito molte critiche da parte dei cittadini, la maggior parte dei quali non ha mai gradito questa sorta di tiro alla fune al contrario.
A parte lo stravolgimento del suo significato (da scontro fra due eserciti a gara fra 12 squadre) e la falsificazione nella modalità (da battaglia a spinta del carrello), il Gioco del Ponte non rappresenta niente nella vita comune dei cittadini pisani (idem per la Regata di San Ranieri): le Magistrature e le Fazioni non sono mai diventate vere e proprie istituzioni, né è mai esistita alcuna rivalità fra gli abitanti dei rioni e delle Parti. 
Non essendo istituzioni, esse non rappresentano i popoli né i vari territori, ma solo gli attori del Gioco: “combattenti” e figuranti del corteo. I pisani quindi non sono coinvolti nella vita del Gioco del Ponte, e ovviamente restano piuttosto indifferenti alle sue vicende.
Le due Parti non hanno mai avuto una bandiera. Solo di recente si è tentato (maldestramente) di attribuir loro un simbolo.
Le uniche bandiere sono quelle delle squadre-magistrature. Le insegne sono le stesse del periodo classico ma non hanno mai conseguito una valenza araldica. Inoltre non esiste corrispondenza tra i 4 quartieri storici del Gioco del Ponte e gli stessi della Regata di San Ranieri: i nomi corrispondono, i territori dei quartieri sono gli stessi ma nel Gioco essi sono rappresentati da bandiere, nella Regata solo da barche… e di diverso colore. È come se fossero i 4 quartieri di un’altra città. Santa Maria è rappresentata nel Gioco da una bandiera di colori bianco e celeste con la Dea Flora come impresa; nella regata ha la barca celeste. San Francesco nel Gioco ha bandiera bianca e rossa con la stella ad otto punte (che in realtà sarebbe San Michele); nella Regata ha la barca gialla; San Martino nel Gioco spiega bandiera rossa, bianca e nera con raffigurato un cavallo in corsa; nella regata ha la barca rossa; infine Sant’Antonio: bandiera col verro su sfondo rosso carminio nel Gioco e… barca verde nella Regata!
          Non esistono neanche sedi, locali, spazi aggregativi stabili nei quartieri. Esistono solo le palestre per gli allenamenti dei “combattenti”.
Non c’è mai stato un premio per la Parte vincitrice, neanche nel periodo classico.
Negli anni ’80 furono inventati i “paliotti” da dare in premio alle singole squadre vincitrici degli incontri. Ciò è stato molto diseducativo e fuorviante, perché ha accentuato il carattere quartieristico della manifestazione, contribuendo a cancrenizzarne la snaturalizzazione.
Non c’è alcun collegamento con la città. Il Gioco del Ponte, insomma, è solo uno spettacolo rievocativo.
Fra l’altro, osservando il corteo, dobbiamo rilevarne due aspetti negativi:
1. Non si sono mai visti al mondo due eserciti nemici vestiti allo stesso modo.
2. Tale corteo riguarda solo… se stesso. Non ha, cioè, alcuna relazione con la città, le sue istituzioni, il suo popolo. Ci sono i “combattenti”, i Celatini (i quali con l’avvento del carrello hanno perso ogni ruolo attivo nella battaglia, che tale non è più), i loro vari comandanti, i nobili, i cavalieri al seguito… È un corteo fine a se stesso, riguarda solo la “battaglia”. Ben altra cosa è il corteo della Repubblica di Pisa, quello che sfila in occasione delle Regate fra le 4 città ex Repubbliche Marinare: qui abbiamo il Podestà, i Senatori, il Capitano dei Giudici, i Consoli, i Priori, le Arti e Corporazioni, cioè personaggi e istituzioni che caratterizzavano la Città, quindi è da questo corteo, non da quello del Gioco, che si può rileggere la storia pisana.
L’unica valenza del Gioco del Ponte si può ricercare, ammesse e non concesse le sue origini mazzascudiane, nel fatto di derivare dalle attività di allenamento dei soldati della Repubblica alfea per le quali si ritiene che si sia originato il gioco del Mazzascudo.

 

9 Novembre: cacciata dei fiorentini da Pisa

9 Novembre: CACCIATA DEI FIORENTINI DA PISA

In questo giorno si ricordano i Pisani della Città e del territorio alfeo che lottarono contro Firenze e vari stati italiani ed europei per mantenere libera la Repubblica Pisana dal 1494 fino al 1509: quella resistenza fu talmente eroica che i pisani (insieme ai faentini, assediati da Cesare Borgia) vennero definiti dal coevo mercante e cronista veneziano Girolamo Priuli “la gloria e l’onor degl’Italiani”. In tutta Italia, “far come Pisa” divenne un comune modo di dire ad indicare tutti coloro che combattevano valorosamente [F. Capecchi, “Pisa, città di vele, di torri e di sogno”].

I fiorentini, dopo aver acquistato a tradimento la città di Pisa nel 1406, la ridussero a un cumulo di macerie. Ma i pisani erano tutt’altro che morti…

Nel 1494 Carlo VIII Re di Francia giunse in Italia per conquistare il Meridione, sul quale vantava diritti di successione: il viaggio di ritorno poteva essere insidioso e denso di pericoli, quindi il re francese pensò di farsi degli alleati durante il viaggio d’andata.

La sera dell’ 8 novembre il Re venne ricevuto a Pisa nel palazzo Giuli Rosselmini Gualandi, sul Lungarno Gambacorti, allora di proprietà di Giovanni Bernardino Dell’Agnello. La tradizione orale ci narra che dopo il ricevimento prese la parola una bellissima ragazza vicarese, Loisa Del Lante, la quale convinse, con un accorato appello, il Re a restituire – l’indomani – la libertà alla Repubblica Pisana.

Leggenda o verità, Pisa venne liberata e la gioia dei pisani fu incontenibile. I fiorentini vennero cacciati e tutto il contado pisano si ribellò: Buti, Vecchiano, Ripafratta e tutta la Valdiserchio, Vicopisano, Cascina, Calcinaia, Bientina e Calci, i castelli di Lari, Cevoli, Guardistallo, Palaia, Ponsacco, Peccioli, Riparbella, Lorenzana, Santa Luce, Usigliano, Morrona, Terricciola, Chianni, Soiana e molti altri castelli pisani che oggi formano le Province di Pisa e di Livorno.

Seguirono 15 anni di guerre, massacri, deportazioni: a Pisa affluirono gli abitanti della Provincia, che insieme ai cittadini resistettero alla fame e alle cannonate.

L’ultima vittoria pisana avvenne l’8 aprile 1509 quando i pisani uscirono dalla Porta a Piagge con la bandiera di Firenze, gridando “Marzocco! Marzocco!” (il Marzocco è il leone, simbolo di Firenze, che tiene sotto la zampa destra il giglio fiorentino) in segno di resa: e quando i fiorentini ingenuamente abboccarono, i pisani li attaccarono e li sconfissero duramente.

Ma l’assedio continuò e la carestia assillò la popolazione: non restò quindi che la resa, firmata nel maggio del 1509 da dieci pisani (cinque della città e cinque del contado, tra cui Thomas Meucci da Montemagno). I pisani prigionieri vennero rilasciati e i fiorentini rientrarono in Pisa l’8 giugno, ponendo fine alla Seconda Repubblica Pisana ma concedendo l’onore delle armi agli eroici cittadini alfei.

In conclusione, questa guerra impartì una dura lezione a Firenze, sia dal punto di vista militare sia soprattutto a livello di diplomazia italiana ed europea. Non da meno furono gli sforzi economici ma soprattutto di vite umane che Firenze fu costretta ad impiegare per la riconquista di Pisa e del suo territorio, nonché le innumerevoli umiliazioni per le sconfitte inflitte dagli indomiti Pisani.

In questa guerra andarono distrutte la maggior parte delle fortificazioni militari e gran parte dell’arredo urbano di Pisa, Calci, Buti, Ponsacco e altri paesi.

Tanti pisani lasciarono la città, preferendo “ire sparsi per lo mondo prima di soggiacere a Firenze”, ma anche la Repubblica Fiorentina, indebolita da questa guerra, trovò la sua fine nel 1530 grazie all’avvento al potere dei Medici, che dettero vita al Granducato di Toscana.

25 Ottobre: Madonna di Sotto gli Organi

25 Ottobre: MADONNA DI SOTTO GLI ORGANI

E’ una delle Feste Maggiori della nostra Cattedrale (insieme a Natale, Epifania, Pasqua, Pentecoste, Corpus Domini, San Ranieri e Assunta) e tradizionalmente considerata Festa del Capitolo della Chiesa Primaziale alfea. Si rimanda all’apposita sezione “Santi e Beati Pisani” del nostro sito. 

 

4 Settembre: Battaglia di Montaperti

4 Settembre: BATTAGLIA DI MONTAPERTI

Anno 1260. Tale località, alle porte di Siena, fu teatro di un violentissimo scontro che vide prevalere nettamente l’esercito Ghibellino  -capeggiato da Siena- su quello guelfo agli ordini di Firenze. Tra i circa ventimila soldati ghibellini, ottomila erano i senesi, tremila i pisani, duemila i tedeschi di Re Manfredi. Altri vennero da città e paesi amici. I guelfi contavano invece su circa trentacinquemila armati di Firenze, Lucca, Prato, Volterra, Bologna e altre città alleate. Nonostante la loro grande superiorità numerica furono quasi annientati.

Per Firenze si trattò della più grande sconfitta mai subita nella sua storia, con diciottomila morti e diecimila prigionieri tanto che  Dante non poté fare a meno di parlarne nella sua famosa Commedia.

Il Carroccio fiorentino fu portato a Siena come ambitissima preda di guerra.

Per Firenze fu un giorno apocalittico; il suo esercito fu quasi annientato.

Diciottomila furono i caduti, diecimila i prigionieri; su circa 34.000 uomini, appena 6.000 riuscirono a scampare al più grande disastro della storia militare fiorentina, e forse alla più grande disfatta militare subita da una sola città in tutto il Medioevo. Le perdite senesi vennero rese note in 600 caduti, ma è probabile ch’esse si fossero aggirate attorno al migliaio.

29 Agosto: Battaglia di Montecatini del 1315

29 Agosto: BATTAGLIA DI MONTECATINI

Nel 1315 era Capitano del popolo e Podestà di Pisa Uguccion della Faggiola, già Governatore di Genova come Vicario Imperiale: uno dei più valorosi condottieri Ghibellini, temutissimo per il suo gran valore.

Dopo varie fortunate imprese fu nominato Capitano Supremo di Guerra per dieci anni, riuscendo ad ottenere una pace separata con Lucca, nemica di Pisa, il 25 Aprile 1314. Firenze, anch’essa ovviamente nemica dei Pisani, si allarmò ed in breve tempo riuscì a fare in modo che Lucca si ribellasse. Questo fatto indusse Uguccion della Faggiola ad occupare la città ribelle e molte altre città e territori guelfi. Ciò scatenò la reazione di Firenze e dei suoi alleati guelfi che si organizzarono in una lega contrapposta a quella ghibellina.

Si arrivò dunque alla durissima battaglia nei pressi di Montecatini, il 29 agosto 1315. Nonostante l’inferiorità numerica, i Pisani e gli alleati sbaragliarono l’esercito fiorentino, grazie al proprio valore, all’astuzia di Uguccione, ai Cavalieri tedeschi comandati da un cugino dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo (morto due anni prima) e soprattutto ai famosi e micidiali Balestrieri della Repubblica Pisana, che fecero una strage di nemici. Molti fiorentini, in fuga disordinata, morirono annegati nella palude di Fucecchio. Tra i caduti pisani celebri si annovera Francesco della Faggiola, figlio di Uguccione, che fu poi sepolto in un sarcofago nel Campo Santo Monumentale alfeo, mentre ai cavalieri teutonici che combatterono al fianco dei pisani fu dedicata la chiesa di San Giorgio, detta “ai Tedeschi”, posta in via Santa Maria.

La Battaglia di Montecatini segnò così una strepitosa vittoria per Pisa e le truppe Ghibelline, e Firenze dovette pagare una cifra enorme per riscattare le migliaia di prigionieri e soprattutto per evitare di essere invasa e distrutta dai Pisani. Cosa che se fosse successa avrebbe sicuramente ribaltato la storia toscana e italiana…

6 Agosto: Lo Die di Santo Sisto

6 Agosto: LO DIE DI SANTO SISTO

Per iniziativa dell’Associazione degli Amici di Pisa, ogni anno dal 1959 la città celebra tale giorno dedicato a San Sisto II papa e martire del secolo III come data memorabile per le varie battaglie, quasi sempre vittoriose, condotte dalla Flotta Pisana nel Medioevo, in un arco di tempo di quasi 300 anni. È Lo Die di Santo Sisto, Dies Memorialis: festa della riconoscenza e data memorabile della storia pisana.

Teatro della cerimonia è la chiesa di San Sisto in Corte Vecchia, nel cuore della Pisa antica e già in epoca medievale sede di riunioni del Senato della Repubblica Pisana e rogazioni di atti comunali. Fondata nel 1087 per celebrare il santo e in particolare la vittoria contro i saraceni di Al Mahdiya e Zawila, la chiesa romanica di San Sisto è tra le più amate dai pisani proprio per ciò che rappresenta. Ospita al suo interno, oltre a varie pitture e sculture realizzate nel corso dei secoli, anche le bandiere di Pisa e dei quattro quartieri medievali alfei di Ponte, Mezzo, Foriporta e Kinzica; un timone ed un albero d’imbarcazioni trecentesche; un’epigrafe tombale araba del XIV secolo, scoperta durante restauri all’interno del tempio e ricollocata a cura degli Amici di Pisa nel 2008.

Ogni 6 agosto, davanti alla lapide posta dall’associazione nel 1966 sul lato sinistro della chiesa per ricordare le imprese del 6 agosto nei secoli, si commemorano i Caduti Pisani di tutte le guerre, alla presenza delle autorità religiose, civili e militari. Terminata la cerimonia, il parroco celebra una funzione all’interno della chiesa, in seguito alla quale il Presidente del sodalizio presenta una relazione sulle attività svolte durante l’anno e premia i personaggi, non necessariamente pisani, che a giudizio degli Amici di Pisa si sono distinti in fatto di pisanità o comunque hanno operato in modo eccezionale a vantaggio della comunità. Per finire un esperto di storia tiene un’orazione su un argomento inerente alla storia di Pisa, che verrà poi trascritta in un libercolo distribuito gratuitamente alla cittadinanza. La serata si conclude in un ristorante tipico del centro cittadino, e durante la cena (alle ore 21) i campanili delle chiese pisane suonano a festa per onorare ancora i defunti pisani di tutte le guerre ed il santo al cui nome sono legate tante vicende della storia alfea.

6 Luglio: Sposalizio del Mare

6 Luglio: SPOSALIZIO DEL MARE

Il famoso storico pisano Emilio Tolaini (v. “Lo Sposalizio del Mare”, ETS), in una delle sue ricerche, ha trovato dei documenti che attestano l’esistenza di una festa medievale durante la quale una moltitudine di barche riccamente addobbate, sfilava in Arno fino al mare (all’epoca molto più vicino alla città rispetto ad ora). Qui, su una gran barca “tutta ornata d’oro”, una fanciulla rappresentante la città di Pisa, con un preciso rituale gettava un anello in acqua, simboleggiando lo stretto legame che la Repubblica Marinara aveva sempre avuto col suo mare, fonte della sua fortuna.

Questa Desponsatio Maris, dice il Tolaini, si svolgeva ogni anno il 6 luglio in concomitanza con la Processione del Sangue di San Piero, quando la reliquia del sangue di San Clemente veniva portata dal Duomo a San Piero a Grado e qui esposta alla venerazione dei pellegrini. Era una festa fluviale e marina, che esprimeva il rapporto da sempre strettissimo della città col mare – il suo quotidiano affidare alle onde la vita e i capitali dei suoi cittadini – ed esaltava la sua grande potenza marinara. Di questa cerimonia, presieduta dall’arcivescovo alfeo e della quale non è rimasta traccia alcuna nella storiografia locale, si fa brevemente cenno in due componimenti: il Giornale di Viaggio in Italia di Michel de Montaigne, che ne raccolse uno sfumato ricordo durante il suo soggiorno a Pisa nel 1581, e il Lamento di Pisa, di Puccino di Antonio.

Da qualche anno un gruppo di ragazzi, per rievocare quest’antica tradizione, organizza per il tardo pomeriggio del 6 luglio di ogni anno una simpatica gita in battello, aperta a chiunque, dal centro di Pisa fino a Boccadarno: qui una ragazza prescelta lancia un anello in mare secondo una cerimonia ricostruita con le scarse basi storiche disponibili, dopodiché la comitiva rientra in città fra un brindisi e l’altro, alla salute della città e di chi le vuole bene. La serata si conclude con una cena in un locale tipico. L’auspicio è che questa ritrovata festa si arricchisca sempre più di eventi e partecipazione.