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SAN SISTO II PAPA E MARTIRE

                 

Sisto II (… – Roma, 6 Agosto 258) fu il ventiquattresimo papa della Chiesa cattolica che, con quella ortodossa, lo venera come santo. Il suo pontificato durò undici mesi, dal 31 agosto 257 alla morte. L’emblema è la palma.

Le origini di questo papa sono ignote, della sua vita prima dell’elezione è conosciuto solo ciò che riporta il Liber Pontificalis e cioè che era greco. Tale affermazione, però, è probabilmente erronea. Essa derivò dalla falsa convinzione che egli fosse identificabile con il filosofo greco neopitagorico Sesto, autore delle Sententiae, una raccolta di 451 proverbi, tradotta in latino da Rufino Turranio (345-411) e diffusa erroneamente sotto il nome di Sisto.

Sisto succedette al suo predecessore, Stefano I, il 31 agosto 257. Durante il pontificato di quest’ultimo, era sorta una violenta disputa tra la Chiesa di Roma, le Chiese africane ed asiatiche, riguardo al battesimo di quanti erano stati battezzati da eretici o scismatici e che aveva rischiato di finire in una completa rottura tra Roma e le altre Chiese. Sisto II, che Ponzio (Vita Cypriani, capitolo XIV) definiva “sacerdote buono e pacifico” (bonus et pacificus sacerdos), più conciliante di Stefano I, roiuscì a riportare la pace all’interno del mondo cristiano e, tuttavia, come il suo predecessore, incentivò l’uso romano di non ribattezzare i lapsi, ma di ungerli semplicemente col crisma.

Il pontificato di Sisto fu contrassegnato dai due editti di Valeriano, il primo dell’agosto del 257, che vietava le riunioni dei cristiani, imponendo ai vescovi e ai presbiteri di apostatare, comminando l’esilio ai refrattari, mentre il secondo, del 258, ordinava l’immediata esecuzione dei membri del clero che non si fossero sottomessi. A questo si dovette la morte di Sisto, il 6 agosto, insieme con quattro diaconi. Fu sepolto nel cimitero di Callisto sulla via Appia nella cosiddetta cripta dei papi. Il suo luogo di sepoltura, per le evidenti tracce di decorazione e monumentalizzazione succedutesi in varie fasi, è tradizionalmente indicato nella isolata tomba “a mensa” posta sulla parete di fondo dell’ambiente. Altri dati sulla morte di Sisto vengono da alcuni epigrammi del papa Damaso, a cui è attribuibile con certezza l’ultima fase di monumentalizzazione della parete di fondo della cripta. Sisto II venne arrestato, mentre predicava presso il cimitero di Callisto. I soldati avevano ordini precisi. Non si occuparono dei fedeli: andarono dritti verso Sisto, che li attendeva fiancheggiato da due diaconi per parte. Così, sempre con loro, camminò fra i soldati fino al luogo fissato per il supplizio.

Il papa Pasquale I fece traslare i resti di Sisto II nella cappella iuxta ferrata, dedicata a lui e a papa Fabiano, nell’antica basilica di San Pietro in Vaticano.

Culto:

Venerato come santo sia dalla Chiesa cattolica sia da quella ortodossa (che lo commemora il 10 agosto). Il suo nome compare nel Communicantes del canone romano della Messa. La chiesa a lui dedicata a Roma in quello che si riteneva il luogo del suo martirio, attualmente San Sisto Vecchio, all’angolo tra le attuali via delle Terme di Caracalla e via Druso, è menzionata a partire dalla fine del secolo VI, ma le indagini archeologiche condotte negli anni Trenta del Novecento hanno messo in luce elementi di un edificio di culto attribuibile al V secolo.

A Pisa al santo fu dedicata una chiesa eretta in seguito alla vittoria riportata il 6 agosto 1087 insieme con Genovesi, Amalfitani e Romani contro gli empori ora tunisini di al-Mahdiya e Zawila. San Sisto fu considerato come speciale protettore celeste delle fortune pisane sul mare e la sua festa era rivestita di particolare solennità e arricchita da un’indulgenza. L’edificio sacro divenne anche sede, verosimilmente tra l’XI e il XII secolo, di una canonica regolare, cui era annessa pure una scuola. Nel corso del Medioevo la chiesa ospitò le riunioni più importanti dei consigli cittadini e fu sottoposta al patronato dei reggitori del Comune, che la gratificarono di privilegi, esenzioni fiscali e donativi.

Bibliografia:

  1. Amore, Sisto II, in Enciclopedia Cattolica, XI, Firenze, Sansoni, 1953, col. 778; S. Carletti, Sisto II, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma, Istituto Giovanni XXIII della Pontificia Università Lateranense, 1968, coll. 1256-1261; S. Carpentieri, Sisto II. L’audacia di un papa che sfidò l’impero, Siena, Cantagalli, 2008; M.L. Ceccarelli Lemut – S. Sodi, La Chiesa di Pisa dalle origini alla fine del Duecento. Pisanorum ecclesia specialis sancte Romane Ecclesie filia, Pisa, ETS, 2017 (Vos estis templum Dei vivi. Studi di storia della Chiesa, 7), pp. 307-309.

Premessa: cos’è l’agiografia – di Gabriele Zaccagnini

PREMESSA:  COS’E’  L’AGIOGRAFIA  

di Gabriele Zaccagnini

L’agiografia è un genere letterario che ha finalità e segue metodi redazionali diversi da quelli della biografia, anche se i risultati sembrano simili. In realtà, mentre la biografia (dal greco bìos, “vita”, e gráphein, “scrivere”) ha come fine la ricostruzione del profilo storico di una persona, attraverso l’analisi critica della documentazione che la riguarda, lo scopo dell’agiografia (dal greco agios, “santo” e gráphein, “scrivere”), è quello di definire il profilo agiologico di un santo. Ciò significa che la scrittura è centrata sugli aspetti legati al tema della santità. In questa prospettiva la realtà storica è subordinata alla realtà tipologica, nel senso che il modello, il tipo di vita che un santo ha incarnato (il vescovo, il monaco, l’asceta, il pellegrino e così via) è il centro della narrazione, con la conseguenza che per gli agiografi era assolutamente prioritario evidenziare quegli elementi biografici dei santi che li rendevano simili ai modelli piuttosto che quelli peculiari della loro realtà storica. Spesso inoltre i santi erano vissuti molti anni, se non secoli prima degli agiografi, che pertanto non esitavano a costruire i loro racconti sulla base di luoghi comuni e di tradizioni di dubbia autenticità. Ma, lo ripeto, agli agiografi e al loro pubblico, la verità storica non interessava affatto, interessava solo che i personaggi di cui tracciavano il profilo agiografico corrispondessero agli ideali di perfezione che incarnavano e che potessero essere oggetto di imitazione e, soprattutto, di culto. Infine gli agiografi attingevano usualmente a un repertorio, ricco ma comunque limitato, di stereotipi, di luoghi comuni, spesso di matrice biblica, di cui si servivano per favorire nei lettori, o negli ascoltatori, i processi mnemonici e i richiami, i confronti, i paralleli con i personaggi della Sacra Scrittura e con gli altri santi, in modo da rendere ancora più facile la comprensione del messaggio spirituale e teologico che scaturiva dalla vita del santo. Bisogna quindi conoscere e identificare questi “luoghi comuni” non solo per interpretare correttamente il pensiero degli agiografi ma anche per evitare di scambiarli per elementi originali.

 

(Da G. Zaccagnini, San Ranieri, patrono di Pisa. Alle origini della santità dei laici,  Milano, S. Paolo ed., 2010, pp. 45-47)

Lorenzo da Ripafratta

Lorenzo da Ripafratta

Lorenzo da Ripafratta

Non è chiaro se  l’appellativo derivi dal luogo di nascita, l’omonimo paese a nord di Pisa o, meno probabilmente, dalla famiglia dei signori di Ripafratta. Nato il 23 marzo 1359, Lorenzo fu avviato alla carriera ecclesiastica ma, giunto al diaconato, scelse di entrare nel convento domenicano di S.  Caterina di Pisa, nel 1394-95, distinguendosi per lo zelo nell’osservanza della Regola e per il fervore religioso. Guidò, con il beato Giovanni Dominici, il rinnovamento dell’Ordine. Nel 1400 fu mandato a Venezia, dove portò a termine il noviziato; nel 1405 passò a Cortona come maestro dei novizi, dove ebbe come discepolo sant’Antonino (†1459), che fu poi arcivescovo di Firenze e che dopo la morte del maestro scrisse una lunga lettera commemorativa, fonte preziosa di notizie biografiche. Si dedicò attivamente alla predicazione, un ministero che svolse con sapienza e grandi frutti spirituali. Dopo Cortona fu inviato al monastero di Fabriano e quindi fu eletto vicario generale fra il 1443 e il 1445. Infine si ritirò a Pistoia, dove continuò con zelo l’attività di predicatore. Qui morì, quasi centenario, il 28 settembre 1457 in odore di santità. Fu proclamato beato da Pio IX il 4 aprile 1851. La festa ricorre il 27 settembre. Oltre che a Pisa, è ricordato con particolare devozione a Pistoia, sua città d’adozione, dove nel convento di S. Domenico si conservano alcune sue reliquie.

 

Tratto da: G. Zaccagnini, I santi nuovi della devozione pisana nell’età comunale (secoli XII–XV), in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 289–316 (p.314)

San Ranieri Patrono di Pisa

San Ranieri Patrono di Pisa

SAN  RANIERI PATRONO  DI  PISA

San Ranieri Patrono di PisaSan Ranieri Patrono di Pisa

A sinistra: una celebre raffigurazione di San Ranieri ad opera di Giovan Battista Tempesti (Volterra , 1729-Pisa,1804)
A destra: “Viaggio di ritorno della Terrasanta” opera di Andrea di Bonaiuto (XIV sec.), Pisa, Camposanto Monumentale


“Confido che questa figura tanto amata dai pisani rimanga come segno vivo

nella quotidianità di quanti lo onorano e lo pregano”

Mons. Mario Andreazza, Canonico della Primaziale (1925-2004)

San Ranieri rappresenta una delle prime figure di santo laico in Europa. Della sua vita e dei suoi miracoli ci ha lasciato il racconto, scritto negli anni successivi alla morte del santo avvenuta il 17 giugno 1160, un compagno ed amico, il diacono Benincasa, canonico della cattedrale pisana, che ha mediato l’esperienza di vita di Ranieri attraverso la sua personale spiritualità e concezione della santità. Da un punto di vista storico, dunque, non sappiamo quanto esattamente il ritratto corrisponda alla realtà umana di Ranieri. Ma non è questo l’aspetto importante: ciò che a noi interessa, nella prospettiva agiografica, è il modello proposto, l’insegnamento morale e religioso, l’esempio di vita e di spiritualità che attraverso Ranieri l’autore intendeva presentare e proporre al popolo pisano.

Nato intorno al 1115, era l’unico figlio maschio del mercante Glandolfo e di Mingarda ed aveva una sorella, Bella. La famiglia apparteneva al medio ceto mercantile cittadino e verosimilmente risiedeva nell’area orientale di Chinzica, il quartiere a Sud dell’Arno allora fuori delle mura. Ranieri fu infatti istruito da un prete della canonica regolare di San Martino in Chinzica e la madre fu sepolta nella chiesa di Sant’Andrea in Chinzica, che sorgeva nell’area dell’attuale Giardino Scotto, un priorato dipendente dall’abbazia benedettina di San Vittore di Marsiglia. Nella Vita nient’altro si dice sulla casata dei genitori, ma gli eruditi seicenteschi, volendo inserire il santo in un contesto sociale più preciso, immaginarono che il padre fosse un membro della famiglia Scacceri, mercanti del quartiere di Ponte attestati dal pieno Duecento, e la madre una Sismondi Buzzaccarini, importante casata consolare.

Ranieri condusse una vita giovanilmente spensierata, tipica dei giovani del suo ambiente sociale, finché un giorno, mentre si trovava in casa di una sua parente nella località suburbana di Arsiccio (tra San Vito e Barbaricina) e cantava accompagnandosi sulla lira, vide passare un nobile cavaliere originario della Corsica, Alberto Lingenspecus, che dalle sue ricchezze mondane si era convertito ad una vita religiosa come oblato presso i monaci di San Vito di Pisa. Ranieri, spinto dalla sua parente, lo seguì: dall’incontro scaturì la conversione, perfezionata da una piena e completa confessione dei peccati al priore della canonica regolare di Sant’Jacopo di Orticaria. Ben presto apparvero i primi segni della futura santità, come l’emanare profumo o il godere di visioni. In modo del tutto ipotetico potremmo collocare tali eventi intorno al 1134.

Come la maggior parte dei suoi compatrioti, anche il destino di Ranieri appariva legato alle attività marittime e commerciali. Ed infatti egli si recò con una compagnia di mercanti a commerciare in Terrasanta e per quattro anni si dedicò a quell’attività, pur impegnandosi in preghiere e digiuni finché verso il 1137 alcuni prodigi gli fecero comprendere la necessità di dare alla sua vita una svolta radicale: sciolse la società mercantile e lasciò il suo patrimonio alla sorella, invitandola a maritarsi.

Nel ciclo di affreschi dell’ultimo quarto del Trecento che nel Campo Santo Monumentale narrano la vita di Ranieri, opera di Andrea Bonaiuti da Firenze (1377-1379) e di Antonio Veneziano (1384-1386), nel secondo riquadro, di Andrea Buonaiuti, è raffigurato come, durante la traversata, un gran fetore sia uscito da una cassetta contenente formaggi per il mercato sì che i compagni di viaggio si turavano il naso. A Giaffa Gesù gli rivelò di aver provocato quell’odore per fargli comprendere la caducità delle cose mondane e lo invitò a spogliarsi delle sue vesti sul Calvario nello stesso giorno in cui Egli stesso ne fu spogliato, cioè il venerdì santo.

Insieme con altri suoi concittadini, la notte di Natale del 1137 Ranieri si trovava nella cattedrale di Santa Maria della città portuale di Tiro. Poco dopo il Natale, ancora a Tiro, a Ranieri apparve la Vergine Maria annunziandogli la sepoltura nel suo grembo, ossia nella cattedrale pisana. Il Venerdì santo successivo, quindi nel 1138, ricorrenza che in quell’anno cadeva il I aprile, Ranieri depose i suoi abiti sull’altare del Calvario, nella chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e ricevette dal sacerdote la pilurica, la ruvida veste del pellegrino, e il salterio.

Cominciò così la vita del pellegrino penitente, dedito alla preghiera, ai digiuni e alla visita dei luoghi santi. Compì un’esperienza eremitica sulle mura di Gerusalemme e visitò Hebron, Nazareth – ove si scontrò con il demonio –, la Quarantena, il monte Tabor – ove rivisse misticamente la trasfigurazione di Cristo –, e Betlemme. Proprio nel viaggio verso il Monte Tabor, ove fu ospite del locale monastero benedettino, incontrò due pantere, che al suo passaggio diventarono mansuete come gatti. Al Tabor rimase quaranta giorni e quaranta notti. A Gerusalemme si stabilì in casa di una pia vedova vivendo con l’elemosina donatagli senza che egli la chiedesse e scegliendo come luogo prediletto di orazione la chiesa del Santo Sepolcro, sede del patriarca e del suo capitolo canonicale.

Il lungo soggiorno in Terrasanta rappresentò un’esperienza fondamentale nella sua vita, ove godette di visioni straordinarie e di doni mistici. Dopo il ritorno da Hebron a Gerusalemme ebbe la visione di una caldaia ardente, il cui fuoco egli spense gettandovi solo poche gocce d’acqua. Dio gli rivelò che l’acqua avrebbe in lui spento il fuoco della lussuria e del peccato: da allora, per i restanti vent’anni circa, bevve solo acqua. La visione rappresentò anche un segno del futuro operare miracoli con l’acqua, donde gli venne l’appellativo di Ranieri ex aqua, dall’acqua. Un giorno, mentre pregava nel Santo Sepolcro per la Chiesa e i sacerdoti, Dio gli rivelò di aver posto i sacerdoti nelle mani di Satana. Ranieri, profondamente rattristato, espresse le sue preoccupazioni per il popolo istruito dai sacerdoti e per i monaci ed i canonici, ma gli fu risposto che costoro si sarebbero salvati se avessero adempiuto alle loro promesse, ossia ai loro voti. Di fronte alla disperazione del santo, il Signore gli propose di compiere una dura penitenza per il popolo, facendo quindi di Ranieri un mediatore della salvezza. Il santo così per sette anni digiunò, nutrendosi solo di pane ed acqua ma soltanto due giorni la settimana.

Nella primavera del 1154 Ranieri s’imbarcò ad Accon sulla galea che riportava in patria un importante personaggio del ceto consolare pisano, Ranieri Bottaccio dei Gualandi, di ritorno da un’ambasceria in Egitto. Ormai in mare aperto furono avvistate due galee, inizialmente prese per imbarcazioni pirate, ma poi rivelatasi essere di Pisani al servizio dell’imperatore di Costantinopoli. Questi ultimi invitarono Ranieri Bottaccio a visitare il sovrano, che non era lontano, ma l’ambasciatore, non avendone ricevuto il mandato dal Comune di Pisa, non poté accettare l’invito e fu anzi esortato da san Ranieri a continuare il viaggio: mentre la galea su cui era imbarcato il santo si allontanava, le navi imperiali rimasero quasi ferme e presto scomparvero alla vista. Il rientro fino alla foce dell’Arno fu tranquillo, non turbato dalle tempeste così frequenti nel Mediterraneo orientale. Nell’affresco di Antonio Veneziano nel Campo Santo Monumentale è rappresentata la sosta a Messina, evento verisimile poiché di solito si sostava in quel porto nei viaggi da e per l’Oriente: qui Ranieri svelò l’inganno dell’oste, che vendeva vino annacquato. Con la pilurica egli separò i due liquidi, lasciando cadere in terra l’acqua: ispiratore della mala condotta dell’oste appare il demonio, indicato dal santo nel gatto seduto sulla botte.

La fama di santità di Ranieri, già manifesta in Oltremare, lo aveva preceduto: a Pisa fu onorevolmente ricevuto dai canonici e, dopo un breve soggiorno presso la chiesa di Sant’Andrea in Chinzica, si trasferì nel monastero benedettino maschile di San Vito, al limite occidentale della città. Qui egli continuò la sua vita di penitente, rimanendo sempre laico dal momento che non pronunciò alcun voto monastico e neppure si affiliò come oblato o converso ad alcuna comunità religiosa. Uomo di preghiera e di carità, Ranieri manifestò a Pisa virtù taumaturgiche che lo fecero autore di moltissimi miracoli, liberazione d’indemoniati e guarigioni avvenute tramite l’acqua e il pane benedetti, ma anche resurrezione di morti. Sui demoni aveva potere in modo particolare in Quaresima. A lui ricorrevano persone non solo di Pisa e del contado, ma anche da altre regioni d’Italia e d’Europa, appartenenti ai diversi ceti sociali, un variegato microcosmo che andava dai più elevati membri del ceto consolare ai mercanti, dagli artigiani ai marinai e ai contadini.

Ranieri morì a San Vito la sera di venerdì 17 giugno 1160: in quell’istante tutte le campane di Pisa si misero a suonare spontaneamente. Il suo corpo venne immediatamente trasferito nella cattedrale, ove la Messa funebre fu cantata dall’arcivescovo Villano, e sepolto. Cinque anni dopo i consoli apprestarono una tomba nell’angolo dell’edificio, ossia all’incrocio della navata con il transetto sinistro.

San Ranieri Patrono di PisaSan Ranieri Patrono di Pisa

A sinistra:vecchio altare di San Ranieri scolpito da Tino di Camaino, 1305, Museo dell’ Opera del Duomo di Pisa.
A destra: l’urna attuale nel transetto sud della Cattedrale

Qui un nuovo altare fu eretto per volontà dell’operaio Burgundio di Tado (lo stesso che commissionò il pergamo a Giovanni Pisano) da Tino da Camaino nel 1305-1306, ora conservato nel Museo dell’Opera del Duomo. Esso fu sostituito da un altro opera di Andrea Guardi poco dopo il 1451 – parti del quale costituiscono attualmente l’altar maggiore della chiesa di San Ranierino – e nel 1591 da quello eretto da Giovanni Battista Lorenzi, ancora esistente, nella cui lunetta è il rilievo della Vergine che appare a San Ranieri a Tiro. Di qui, nel marzo del 1688 le ossa del santo, divenuto nel 1633 patrono principale della città e della diocesi, furono traslate nel nuovo e più ricco monumento dell’altare del transetto destro, dove tuttora si trovano.

Nel 2000 fu eseguita sul corpo del santo una ricognizione delle Venerate Spoglie a cura del paleontologo Francesco Mallegni. Furono redatti due verbali, per l’apertura dell’urna l’8 marzo 2000 e la ricognizione delle Venerate Spoglie eseguita nella sacrestia del Capitolo della Primaziale, l’altro il 7 giugno 2000 per la ricollocazione nell’urna. Furono inventariate minuziosamente le ossa, le vesti:  «tutte le parti dello scheletro sono generalmente molto robuste e ben ossificate; ciò sta a significare che esse sono appartenute ad un uomo (alla stessa conclusione portano i tratti del bacino che mostrano morfologie tipiche del maschio); il residuo di faccetta pubica di sinistra e l’usura dentaria depongono per un individuo morto ad un’età compresa tra i 40 e i 45 anni. La coincidenza del valore dell’età alla morte di San Ranieri e del soggetto rappresentato dallo scheletro della presente ricognizione e la constatazione che i presenti resti sono appartenuti ad un uomo, sono una condizione sufficiente e inderogabile perché essi rappresentino le vere reliquie del Santo. In fede, prof. Francesco Mallegni Pisa, 7 giugno 2000».

Culto:

il culto di san Ranieri rimase presente in duomo, ove la documentazione attesta dal 1173 la presenza di un custode del corpo di san Ranieri. Il Capitolo canonicale mantenne una speciale devozione nei confronti del santo, fino a fare del 17 giugno il giorno d’inizio del calendario amministrativo del consesso, come apprendiamo da un atto dell’11 marzo 1253.

Il santo viene invocato “dai pericoli e dai danni della guerra”. Le cronache hanno tramandato il ricordo del grido: San Ranieri è sulle mura! Con cui i difensori del Bastione Stampace, invocando il nostro santo apparso in visione, ricacciarono i fiorentini il 10 agosto 1499. San Ranieri viene invocato dal pericolo delle inondazioni, dalla mancanza di cibo e acqua e dalle malattie, dalle burrasche e dalle tempeste. Per sciogliere il voto fatto al santo per la salvezza della città dall’alluvione del 2 gennaio 1777 fu stabilito di celebrare ogni anno una Messa votiva. La tradizione del Sacro Voto è stata ripresa dal 2012 dalla Compagnia di San Ranieri, associazione cattolica di fedeli laici, riconosciuta dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto il 2 febbraio 2011, che raccoglie l’eredità della medievale Confraternita intitolata a san Ranieri.

Bibliografia:

  1. Zaccagnini, La «Vita» di san Ranieri (secolo XII). Analisi storica, agiografica e filologica del testo di Benincasa. Edizione critica del codice C181 dell’Archivio Capitolare di Pisa, Pisa, ETS, 2011 (Piccola Biblioteca Gisem, 26); Intercessor Rainerius ad patrem: il santo di una città marinara del XII secolo, a cura di P. Castelli – M.L. Ceccarelli Lemut, Pisa, Pacini, 2011 (Biblioteca del «Bollettino Storico Pisano». Collana Storica, 57); L’‘invenzione’ di Ranieri il taumaturgo tra XII e XIV secolo: agiografia ed immagini, a cura di P. Castelli – M.L. Ceccarelli Lemut, Pisa, Pacini, 2013 (Biblioteca del «Bollettino Storico Pisano». Collana Storica, 59).

850MO DI SAN RANIERI

Abbazia di S. Pietro in Palazzuolo

SAN VALFREDO

Intorno alla metà dell’VIII secolo alcuni rilevanti personaggi dettero vita al monastero di San Pietro di Palazzolo presso Monteverdi. Pur in mancanza dell’archivio monastico, buon numero di documenti, pervenuti dagli enti con cui l’abbazia ebbe rapporti, si conservano negli Archivi di Stato di Siena e di Firenze. Ci sono anche giunti sia l’atto di dotazione redatto a Pisa nel luglio 754 da uno dei fondatori, il pisano Walfredo del fu Ratcauso, sia, fatto molto importante, la Vita di questi, redatta del terzo abate del cenobio, Andrea, all’inizio del IX secolo.

Secondo il racconto della Vita Walfredi, intorno al quarto anno di regno di Astolfo (luglio 752-luglio 753), il Walfredo, «vir christianissimus et timens Deum», desiderando insieme con la moglie fuggire il mondo e seguire Dio, optò per la vita monastica con il cognato, il lucchese Gundoaldo, e con il vescovo Forte, originario della Corsica: divinamente ispirati, scelsero il luogo di Palatiolum presso Monteverdi, distante da Pisa sessanta miglia, per altro di proprietà di Walfredo, ove sgorgava una copiosa fonte detta del Santo in mezzo a terreni fittamente coperti di vegetazione, aspetti particolarmente adatti all’insediamento monastico: l’acqua per tutte le necessità dei monaci, il legname per le costruzioni, la cucina e il riscaldamento, l’ubertosità per le future coltivazioni, il relativo isolamento propizio alla vita monastica. Ivi eressero una chiesa dedicata a San Pietro e dettero mano al magnum monasterium nell’attuale Podere San Valentino – dove ancora si conserva il toponimo Badivecchia –, a circa 250 m d’altezza e a breve distanza dall’abitato di Monteverdi, e contemporaneamente costruirono in località Pitiliano sul fiume Versilia (attuale Fiumetto) un cenobio dedicato a San Salvatore, ove si ritirarono le mogli con altre nobilissime donne.

Nella loro scelta, Walfredo fu seguito da quattro dei cinque figli (Gunfrendo, Rachis, Taiso e Benedetto) – il primogenito Ratcauso era probabilmente già defunto – e Gundoaldo dall’unico figlio, Andrea, l’autore del testo. Walfredo divenne il primo abate e resse il monastero per dieci anni, morendo un 14 febbraio tra il 762 e il 764. Egli chiese di essere sepolto nel chiostro del monastero  e disegnò su una tavoletta cerata il suo sepolcro nella forma ad arcosolio. A lui successe il figlio Gunfredo, abate per trent’anni. La Vita si chiude con il racconto di un grave pericolo scampato dall’abbazia per intercessione di Walfredo, allorché «gens nefandissima Maurorum ex Mauretania cum classe multa» datasi ad attaccare le isole e la costa, sbarcata a Populonia con l’intenzione di assalire il monastero, fu respinta dagli abitanti della zona.

Dall’inizio del Seicento si è gradualmente sviluppata una tradizione che ha voluto fare di Walfredo il capostipite della casata dei conti Della Gherardesca; a sua volta poi Valfredo è stato erroneamente considerato imparentato con la famiglia reale longobarda. Ma niente consente di collegare Walfredo (seguito dai figli nella vita monastica e qundi privi di discendenti) con una casata attestata due secoli più tardi (dal 967) e operante in ambiti geografici diversi.

 

La seconda sede dell’Abbazia di S. Pietro di Monteverdi (fine secolo XII)

L’Abbazia di S. Pietro in Palazzuolo

Abbazia di S. Pietro in Palazzuolo

Culto:

La festa del santo, il cui culto è stato confermato nel 1861, è celebrata il 15 febbraio a Pisa e Massa Marittima; è ricordato anche nei calendari dell’Ordine Benedettino. A Monteverdi Marittimo (Pisa) viene festeggiato ogni prima domenica di agosto.

Bibliografia:

  1. Giuliani, Il monastero di S. Pietro di Monteverdi dalle origini (secolo VIII) fino alla metà del secolo XIII, tesi di laurea, Università di Pisa, a.a. 1989-1990, relatrice M.L. Ceccarelli Lemut; Vita Walfredi und Kloster Monteverdi. Toscanische Mönchtum zwischen langobardischer und fränkischer Herrschaft, herausg. von K. Schmidt, Tübingen, Max Niemayer, 1991 (Bibliothek des deutschen historischen Instituts in Rom, 73); R. Francovich – G. Bianchi, Prime indagini archeologiche in un monastero della Tuscia altomedievale: S. Pietro di Palazzolo a Monteverdi Marittimo (PI), in IV Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Abbazia di S. Galgano, 26-30 settembre 2006), a cura di R. Francovich, M. Valenti, Firenze, All’Insegna del Giglio, 2006, pp. 346-352.

 

Ranieri da Rivalto

Nipote di Giordano da Rivalto, entrò nell’Ordine Domenicano e studiò prima a Pisa e poi a Parigi. Insegnò le Sentenze a Pisa e nei maggiori conventi della Provincia domenicana. Erudito, canonista, teologo e ottimo predicatore è ricordato soprattutto come autore di un’opera teologica detta Panteologia o Somma Ranierana o Somma et Nucleus Theologiae. Morì nel 1348, durante la grande epidemia di peste che in quel periodo flagellò il mondo occidentale. È menzionato nella Chronica antiqua del convento domenicano pisano di Santa Caterina, scritta da Domenico da Peccioli, e negli Annales del medesimo convento. In ambedue le fonti si legge che, quando stava per morire, Ranieri si alzò dal letto prostrandosi a terra, affermando che un servo non poteva morire in un letto se il suo Signore era morto in croce.

Culto:

Anche se fin dal secolo XV in diverse fonti s’incontrano espressioni di ammirazione e di venerazione nei suoi confronti, mancano attestazioni di un culto vero e proprio. Non esiste pertanto, una sua festa liturgica.

Bibliografia:

  1. Volpini, Ranieri da Rivalto, domenicano, in Memorie Istoriche di più illustri pisani, IV, Pisa, Prosperi, 1792, pp. 137-158.

Ugo da Fagiano

Ugo da Fagiano

UGO DA FAGIANO

(o meglio da Pisa)

Arcivescovo di Nicosia di Cipro

Ugo da Fagiano

Figura 1 tratta dal sito www.nicosianostra.it

Ugo, figlio di Ugo del fu Vernaccio, è comunemente designato da Fagiano, deformazione dell’originario Fasciano, località poco a Sud Est di Pisa ora scomparsa, designazione assente dalla documentazione coeva, ma affermata nelle due Vite, una latina e l’altra volgare, redatte nel XVI secolo ad opera di canonici di Nicosia, i quali ne hanno fatto il figlio di un contadino, da bambino occupato a pascolare le pecore. Il fatto è inverosimile, poiché, se fosse appartenuto a famiglia indigente o modesta, ben difficilmente avrebbe potuto permettersi gli studi e soprattutto ottenere un canonicato nella cattedrale pisana. Sicuramente pisano, è meglio definirlo da Pisa.

Probabilmente nato alla fine del XII secolo, iniziò gli studi con il diritto canonico e civile a Bologna, ove Federico Visconti lo vide procacciarsi il necessario come repetitor, ossia come giovane insegnante incaricato di spiegare nuovamente agli studenti le lezioni dei magistri e a farli esercitare sulla materia trattata. Dal 3 ottobre 1226 al 26 febbraio 1237 fece parte della canonica della cattedrale pisana come diacono e in tale veste eresse nel duomo un altare dedicato a sant’Agostino. Egli aveva anche praticato l’avvocatura nella curia romana.

Dal 1233 si trasferì a Parigi per lo studio della teologia: durante il suo soggiorno parigino fu incaricato dal papa Gregorio IX d’importanti e delicati incarichi, attraverso i quali è possibile anche registrare le diverse qualifiche raggiunte: il 30 luglio 1235 è definito cantore e il 27 aprile 1236 il titolo di magister indica la conclusione dei suoi studi. Nel 1237 rinunciò al canonicato pisano per entrare nella canonica della cattedrale di Rouen, di cui divenne arcidiacono, e ove si trasferì dopo il 1240. In quegli anni strinse rapporti con il re di Francia Luigi IX, per il quale scrisse un testo giuridico de iure communitatis a noi non pervenuto.

Nel 1248 seguì il sovrano, partito da Aigues Mortes per la crociata il 25 agosto e giunto il 17 settembre a Cipro. Durante il lungo soggiorno cipriota, Ugo abbandonò l’impresa per entrare nel convento premonstratense di Episcopia (ora Bellapais), ove tuttavia rimase per breve tempo: il 9 aprile 1251 figura infatti come arcivescovo eletto di Nicosia; il 20 dicembre il papa Innocenzo IV gli inviò il pallio e lo autorizzò a indossarlo anche fuori della sua provincia ecclesiastica.

Nella diocesi il nuovo arcivescovo si trovò davanti ad una complessa situazione sia sul versante dei rapporti con l’autorità politica sia nelle relazioni con la Chiesa greca, maggioritaria nell’isola, sia relativamente alla disciplina interna di quella latina. A quest’ultimo aspetto Ugo rivolse particolare attenzione attraverso l’emanazione di norme di comportamento e la correzione di eccessi, celebrando diversi sinodi e effettuando una visita pastorale.

A partire dall’occupazione di Cipro, i rapporti con i Greci erano stati regolati secondo il principio dell’unità sotto l’unica presidenza dell’arcivescovo latino di Nicosia, tuttavia era stata consentita la temporanea esistenza di un arcivescovo greco, ma la presenza di due dignità equivalenti fu la causa di un aspro contenzioso tra l’arcivescovo di Nicosia e i suoi suffraganei latini da una parte e i vescovi greci dall’altra. L’azione conciliatrice del legato apostolico trovò ostacolo proprio nella persona di Ugo, determinato ad esercitare senza vincoli le proprie prerogative, di cui fu geloso custode. Una temporanea soluzione si ebbe da parte di Alessandro IV il 3 luglio 1260 con la cosiddetta Constitutio Cypria, che chiariva la supremazia della Chiesa latina. Tuttavia Ugo all’inizio del 1263 fu costretto a recarsi a Roma per gli ostacoli frapposti alla sua applicazione. Pur avendo ottenuto una parziale soddisfazione, il ritorno nell’isola gli dovette sembrare eccessivamente gravoso ed egli preferì non rientrare nella sua diocesi pur conservandone il titolo e le prerogative e tornare nella patria pisana.

Con il suo rientro nella città natale, in Ugo ripresero vigore gli interessi per la vita comune dedita prevalentemente alla preghiera e alla meditazione spirituale. Il suo attaccamento al santo vescovo di Ippona trovò espressione nella fondazione di una canonica regolare sotto la regola di sant’Agostino a Rezzano di Calci, dedicata ai santi Agostino, Maria e Tommaso e intitolata Episcopia, il nome del convento di Cipro ove aveva vissuto prima di essere chiamato all’episcopato, in seguito denominata di Nicosia. Alla fine del 1263 gli edifici erano in costruzione e l’arcivescovo Federico Visconti ne aveva benedetta la prima pietra. Ugo dotò in maniera cospicua la canonica e nel 1267 si preoccupò di porla sotto la protezione del Comune di Pisa. Egli redasse anche le Constitutiones che regolavano la vita dei canonici, ammessi soltanto dopo il compimento del diciottesimo anno, e miravano a togliere loro ogni preoccupazione materiale per dedicarsi totalmente al servizio divino. Il numero – particolarmente elevato – era fissato a venti: tredici religiosi, di cui cinque preti tra cui il priore, tre diaconi, tre suddiaconi e due accoliti, e sette conversi, cui era demandato il servizio di cucina e di lavanderia. Ugo dettò norme molto dettagliate per la celebrazione della liturgia, insistendo in modo particolare sul canto, di cui era attento cultore.

Il 4 febbraio 1265 Ugo compì a favore della canonica della cattedrale pisana una cospicua donazione, con la quale furono compiuti numerosi acquisti di terre per una somma totale di più di 2.700 lire. La donazione era anche finalizzata a potenziare la scuola per l’insegnamento del canto ai giovani chierici: Ugo fondò così l’offitium magistri scholarum, affidato ad un prete esterno alla canonica, e ne stabilì le norme nel suo testamento, a noi non perventuo.

L’ultima notizia di Ugo risale all’8 giugno 1267: la sua morte avvenne il 28 agosto di un anno di poco successivo. Fu sepolto davanti all’altare della chiesa della canonica da lui fondata, ove ancora si conserva la consunta lastra tombale.

Per buona parte del Trecento la canonica di Nicosia risulta unita a quella di San Paolo all’Orto, unione che si concluse nel 1377. Il secolo di maggiore prosperità fu il Quattrocento, contrassegnato anche da privilegi rilasciati prima dalla Repubblica pisana, poi dai conquistatori fiorentini e di nuovo dai reggitori pisani. In questo periodo furono annessi alla canonica il monastero (già femminile sotto la regola di sant’Agostino) di San Michele Arcangelo di Bràncoli nel Val di Serchio a Nord di Lucca nel 1406 – unione durata fino al 1458 –, la chiesa di San Lorenzo di Anghio nel piviere di Calcinaia il 7 settembre 1456, l’eremo di San Bernardo di Calci il 13 febbraio 1476, la chiesa di Santo Stefano al Puntone o di Calcinaia alla fine del XVI secolo. Il 30 gennaio 1503 il papa Giulio II, venendo incontro alla richiesta degli stessi canonici, unì l’ente alla congregazione canonicale del Santissimo Salvatore di Bologna, detta popolarmente degli Scopettini. L’ente si mantenne vitale fino alla soppressione ordinata dal granduca Pietro Leopoldo nel 1779. Il 12 gennaio 1782 Nicosia divenne un convento dei Francescani Osservanti e nell’ottobre successivo la chiesa fu eretta in parrocchia. Seguirono la soppressione napoleonica del 1810 e la ripresa della vita religiosa dopo la restaurazione, nel 1815. I Francescani vi rimasero fino al 24 gennaio 1970, dopo di che gli edifici conventuali sono caduti in uno stato di profondo degrado, mentre la chiesa è ancora officiata.

Culto:

L’epigrafe sull’architrave trecentesco del portale del complesso di Nicosia qualifica Ugo come beato ma non vi sono notizie certe di un culto liturgico al di fuori della canonica da lui fondata: la sua fama sanctitatis si è diffusa a partire dal sermone di Federico Visconti (1253-1277), arcivescovo di Pisa, pronunciato davanti al clero cittadino nella chiesa di San Pietro in Vincoli per celebrare l’anniversario dei funerali di Ugo e il titolo di beato gli è stato attribuito dagli eruditi di età moderna.

Bibliografia:

M.L. Ceccarelli Lemut – S. Sodi, «Opportebat eum descendere de monte contemplationis in civitatem actionis». Spiritualità, impegno diplomatico e pastorale in Ugo da Pisa, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 2017/1, pp. 91-103; M.L. Ceccarelli Lemut – S. Sodi, La Chiesa di Pisa dalle origini alla fine del Duecento. Pisanorum ecclesia specialis sancte Romane Ecclesie filia, Pisa, ETS, 2017 (Vos estis templum Dei vivi. Studi di storia della Chiesa, 7), pp. 322-325.

 

Santa Ubaldesca

Santa Ubaldesca

Santa UbaldescaSanta Ubaldesca

a sinistra: Il miracolo di Santa Ubaldesca tratto da www.teutonic.altervista.org     

a destra: Raffigurazione di Santa Ubaldesca in un affresco nella Chiesa di St. John’s Gate a Londra. Tratto da wikipedia.it

Nata a Calcinaia intorno al 1146, figlia unica di genitori contadini, conduceva una vita tranquilla fra le faccende domestiche, la preghiera e le opere di carità finché, verso il 1160, le apparve un angelo che la invitò a lasciare la famiglia per condurre vita di penitenza nel monastero cittadino di San Giovanni nella carraia Gonnelle, attuale via Pietro Gori. Dio irruppe così nella vita quotidiana della santa per indurla ad un ‘salto di qualità’ nella vita spirituale, da una generica vita devota alla santità, ritenuta possibile solo nel contesto di un’istituzione religiosa. Ad Ubaldesca che osservava di mancare dei requisiti richiesti per entrare in monastero – ceto sociale e dote –, l’angelo rispose che lo Spirito Santo le avrebbe fatto superare tali insormontabili ostacoli. Dimenticato il pane nel forno (ritrovato l’indomani dai genitori cotto alla perfezione), Ubaldesca fu accompagnata a Pisa dai genitori ed accolta con grandi feste dalle monache. Si distinse subito per le sue virtù, le opere di penitenza, la carità verso le religiose malate.

Ubaldesca dunque entrò come oblata in un monastero femminile, che la tradizione identifica con quello di San Giovanni degli Ospitalieri, ma che invece era forse dedicato a San Salvatore. A questa ipotesi conduce la lettura della Vita di sant’Ubaldesca proposta da Gabriele Zaccagnini, che ha potuto trovare nella biblioteca di mons. Silvano Burgalassi e quindi utilizzare un finora sconosciuto manoscritto pergamenaceo della seconda metà del Cinquecento, contenente una Vita in italiano, traduzione dell’originale latino perduto redatto intorno al 1260. Finora invece, perduto l’originale latino, le notizie sulla vita della santa derivavano da quanto scrisse nel 1592 il camaldolese Silvano Razzi, cui ricorsero anche i Bollandisti negli Acta Sanctorum del mese di maggio.

Dalla Vita il cenobio sembra inserito nel solco della tradizione benedettina e ormai in fase di declino, tanto che Ubaldesca fu costretta ad elemosinare per aiutare la sua comunità. Qui la santa, senza pronunciare i voti monastici, condusse una vita penitenziale e di assistenza alle monache inferme, non un’attività ospedaliera rivolta all’esterno. Il monastero passò probabilmente alle dipendenze degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, operanti nella chiesa di San Sepolcro, quando Ubaldesca era ancora in vita: infatti nel 1205 le ultime vicende terrene della santa (morta il 28 maggio) ebbero un testimone importante nel cappellano dell’ordine gerosolimitano, fra Dotto degli Occhi, e San Sepolcro le dette sepoltura fino al 1924, allorché il corpo fu traslato nella pieve di Calcinaia, luogo di origine di Ubaldesca.

Questa ricostruzione modifica l’opinione tradizionale, che ha fatto di Ubaldesca il prototipo della monaca gerosolimitana. Certamente l’Ordine, attraverso l’operato di fra Dotto degli Occhi, volle gestirne il culto fin dagli inizi ma fu nel Cinquecento, dopo il trasferimento a Malta nel 1530, che i Cavalieri, intraprendendo una rilettura anche agiografica della propria storia, trasformarono Ubaldesca in «santa degli Ospedalieri», ottenendone dal papa Sisto V nel 1586 la traslazione di alcune reliquie ed erigendo nel 1603 na chiesa a lei dedicata Casal Paula, oggi Rahal Golid. Nell’oratorio della chiesa di San Giovanni alla Valletta sono raffigurati, ad opera della scuola di Mattia Preti, i principali esponenti dell’Ordine, tra cui appunto la nostra Ubaldesca, rappresentata nell’atto di compiere il miracolo della trasformazione in vino dell’acqua attinta dal pozzo.

Culto:

A parte un sermone dell’arcivescovo Federico Visconti (1253-1277), non vi sono altre attestazioni del culto di Ubaldesca nel Medioevo. Lo sviluppo della devozione alla santa è legata all’Ordine degli Ospedalieri. Nel corso del Quattrocento un miracolo riguardante il priore di San Sepolcro fu aggiunto alla redazione originaria della Vita. Ulteriore sviluppo il culto ebbe, come detto sopra, con la traslazione di reliquie a Malta, sì che Ubaldesca risultò ormai associata ufficialmente al santorale dell’Ordine: ella è infatti sempre raffigurata come una monaca gerosolimitana.

Ubaldesca è particolarmente venerata a Calcinaia, sua terra d’origine, anche grazie all’impegno della Deputazione a lei intitolata, nata nel 1799 con lo scopo di diffonderne la venerazione. Nel 1804, quale ringraziamento per la salvezza della popolazione di Calcinaia da un’epidemia di colera, fu istituita la «festa del voto o del cordone», celebrata ogni anno la prima domenica di Avvento con l’accensione di un cero davanti all’altare dedicato alla santa nella locale pieve. La solenne festa patronale si celebra la quarta domenica di maggio, preceduta la sera del sabato da una processione per le vie del centro storico. La domenica successiva si svolge una regata in Arno tra i tre rioni del paese (Montecchio, Nave, Oltrarno), preceduta da una sfilata di figuranti in costume rinascimentale, manifestazione risalente al 1821.

Bibliografia:

  1. Zaccagnini, Ubaldesca, una santa laica nella Pisa dei secoli XII-XIII, Pisa, ETS, 1996 (Piccola Biblioteca Gisem, 6).

Santa Bona

Santa Bona

Santa Bona

(immagine tratta dal volume:  G. Zaccagnini, La tradizione agiografica medievale di santa Bona da Pisa, Pisa 2004 Piccola Biblioteca GISEM, 21)

Bona, nacque a Pisa, nel quartiere di Kinzica, intorno alla metà del secolo XII, probabilmente verso il 1155. Sebbene legata alla comunità di S. Martino in Kinzica come oblata, ebbe rapporti strettissimi con i benedettini pulsanesi del monastero di S. Michele “in Orticaria”. La Vita ci è pervenuta in quattro redazioni, di cui solo due complete, tràdite dal codice C 181 (secolo XIV-XV) dell’ Archivio Capitolare di Pisa. Dall’analisi testuale si evince che la redazione originale fu prodotta nell’ambiente dei benedettini pulsanesi (al cui Ordine apparteneva il monastero di S. Michele), e che successivamente fu rielaborata dai Canonici Regolari di S. Martino, dando origine a una seconda redazione. Le due redazioni che ci sono pervenute complete si distinguono per la struttura interna, per l’estensione e soprattutto per la finalità: la redazione pulsanese, più vicina alla realtà dei fatti anche se incline ad evidenziare i rapporti fra la santa e la comunità di S. Michele, sottolinea come Bona, pur essendo oblata dei canonici di S. Martino, si sentisse tutto sommato libera di seguire la propria vocazione, che fu quella della “peregrinatio religiosa”; la redazione canonicale cerca invece di mettere in risalto l’immagine di Bona come “figlia spirituale” dei canonici di S. Martino.

Le Vitae sono concordi nell’affermare che fin da bambina dette prova di grande fervore religioso. A soli dodici o tredici anni partì per la Terrasanta e vi si fermò per quasi dieci anni. Ritornata a Pisa, andò a vivere come oblata in una modesta dimora presso la chiesa di S. Martino. La sua vita non trascorse però in un quieto isolamento: pur essendo cagionevole di salute visse alternando lavoro e preghiera a lunghi ed estenuanti pellegrinaggi alla volta dei santuari più celebri, da Roma (“ad limina Apostolorum”) a S. Michele del Gargano, fino a Santiago di Compostela, dove si recò nove volte. Bona viaggiava in genere da sola, al modo degli antichi “peregrini” irlandesi, per cercare l’incontro con Dio nella solitudine di un esilio volontario, affrontando con coraggio i pericoli, i disagi e le fatiche di un continuo peregrinare che era l’espressone visibile della scelta di estraneità al mondo, terra d’esilio del cristiano che vive nell’attesa di giungere alla sua vera patria. La particolarissima devozione di Bona per l’apostolo Giacomo si espresse, oltre che nei ripetuti pellegrinaggi a Santiago, nella edificazione di una chiesa con annesso monastero a nord di Pisa, S. Jacopo de Podio, che la santa affidò ai monaci pulsanesi di S.  Michele. Morì a Pisa il 29 maggio 1207 e fu sepolta nella chiesa di S.  Martino, dove tutt’ora si trova il suo corpo. Festeggiata a Pisa il 29 maggio, Bona fu proclamata patrona delle assistenti di viaggio italiane da Giovanni XXIII, il 2 marzo 1962.

Tratto da: G. Zaccagnini, I santi nuovi della devozione pisana nell’età comunale (secoli XII–XV), in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 289–316 (pp.295-296)

Papa Giovanni Paolo II

Foto: a sinistra, Papa Giovanni Paolo II, al centro l’Arcivescovo di Pisa Mons. Alessandro Plotti e, a destra, Don Enrico Giovacchini Priore della Chiesa di San Martino in Kinzica che omaggia Sua Santità di un dipinto raffigurante Santa Bona protettrice delle hostess

La motivazione del Papa Giovanni XXIII

Dalla motivazione di Papa Roncalli traiamo alcuni significativi passi:


“La Chiesa (…) guarda anche a quelle giovani che, ai nostri tempi, nei quali sono aumentati straordinariamente i viaggi all’estero, (…) offrono ai viaggiatori la loro opera di assistenza e adempiono ad un ufficio certamente benefico e utile, ma esposto a moltissime difficoltà e pericoli.

Per cui sembra conveniente che (…) siano informate agli esempi di una celeste Patrona e siano sempre difese dalla sua Protezione. Viene proposta la Vergine Pisana, Bona. (…) che si recò più volte nei Sacri Luoghi, nell’Alma Città e a Santiago de Compostela, spinta da sentimenti religiosi come guida e aiuto dei pellegrini.(…).

Per sempre dichiariamo Santa Bona, Vergine pisana, Patrona delle Assistenti dei viaggiatori comunemente dette hostesses”.

A.D. 2.3.1962

 

A Pisa, in San Martino in Kinzica, è attiva la Compagnia di Santa Bona, la cui presentazione è visibile sul web www.santabona.pisa.it

Perpetua da Buti

Di Perpetua sappiamo solo che fu conversa nel monastero domenicano di S. Marta. Non conosciamo né la data di morte né il periodo in cui visse: il termine post quem è il 1342, anno della fondazione di quel monastero. Di nessun aiuto può essere una Vita di cui, secondo il Sainati, esisteva un antico manoscritto presso le monache di S. Marta fino a tutto il secolo XVII, ma che attualmente è nota solo grazia alla trascrizione eseguita dalla monaca Francesca Frosini nel 1780 e depositata nell’archivio della Pieve di Buti. Secondo questa Vita, Perpetua nacque a Buti da famiglia contadina. A seguito di una visione, in cui san Domenico la invitava a entrare nel suo Ordine, si recò nel monastero pisano di S. Marta, chiedendo di essere accolta come conversa. Subito si distinse per le sue virtù, ma avendo la mente costantemente rivolta a Dio appariva spesso alle monache distratta e maldestra nei compiti che le venivano affidati, al punto che cominciarono a deriderla, ritenendola pazza. Perpetua non se ne preoccupò, offrendo a Dio, per penitenza, le umiliazioni ricevute. Un giorno, mentre le monache erano in refettorio, si trattenne in coro, per pregare davanti al Crocifisso: subito fu rapita in estasi e, contemplando il mistero della passione di Cristo, rese lo spirito. La sua santità fu rivelata da due eventi miracolosi: le campane cominciarono a suonare da sole e, poco dopo, le monache udirono una voce proveniente dal Crocifisso che annunciava l’ingresso in Paradiso dell’anima di Perpetua. Come si vede il testo è più che generico e si snoda fra luoghi comuni senza fornire alcuna vera informazione biografica. Evidentemente in questo modo l’Autore cercava di nascondere la totale mancanza di informazioni sulla figura storica. Il corpo di Perpetua, sepolto nella chiesa di S.  Marta, sotto l’altar maggiore, fu traslato nel 1789 in una cappella laterale. La festa veniva celebrata la prima domenica di luglio. Una ricognizione fu effettuata nel 1857 dall’arcivescovo di Pisa, card. Corsi; in quella occasione una reliquia fu inviata alla Pieve di Buti, dove recentemente è stato traslato l’intero corpo. La festa è stata fissata all’ultima domenica di settembre

Tratto da: G. Zaccagnini, I santi nuovi della devozione pisana nell’età comunale (secoli XII–XV), in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 289–316 (pp.312-313)